Dissesti d’impianto

collage iniziale

Forse non è solo questione di disciplinari e commissioni d’assaggio*: sono diverse le cose che mi sfuggono nel nostro sistema delle denominazioni di origine.

Ad esempio mi hanno spiegato, ma posso aver capito male, che molte delle DOC e DOCG italiane non permettono di impiantare una nuova vigna a pergola, raggiera o tendone. Alcune lo vietano espressamente, altre lo impediscono di fatto, essendo i 2.500 ceppi per ettaro (spesso indicati come densità di impianto minima) incompatibili con questi sistemi di allevamento.

Ottimo, penso io, appena uscito dal primo corso di avvicinamento al vino, dato che nella lezione sui rudimenti di viticoltura imparo che, per farlo buono, devo avere 10.000 ceppi per ettaro e produrre un grappolo per pianta. Quindi spalliera e guyot buono, tendone stracarico di uva cattivo.

Località Tognano, Lapio (AV)

Ma poi mi hanno spiegato, anche se posso aver capito male, che un tendone su un trebbiano generico di pianura da 30 chili per pianta è diverso da un tendone di alta collina utilizzato per varietà geneticamente poco produttive; che so, una vecchia tennecchia di fiano ad Arianiello di Lapio o di greco a San Paolo di Tufo.

Ottimo, penso io, appena uscito dall’ultimo convegno in cui fior fiori di relatori sottolineano la necessità di tutelare biodiversità e patrimonio ampelografico, filiera e superfici vitate, convincendo i contadini a non spiantare le vigne per rimettere le nocciole.

Località Nassano, Tufo (AV)

Però mi hanno spiegato, avrò sicuramente capito male, che se dalle mie parti espianto una vecchia vigna a tennecchia, al suo posto non posso impiantarne un’altra tal quale. Se voglio rimpiazzare tutto l’appezzamento, devo utilizzare un sistema “moderno” per densità e modalità di allevamento.

Un po’ meno ottimo, penso io, chiedendomi perché non si possa continuare ad avere una tennecchia dove c’è sempre stata una tennecchia che ha funzionato bene, per l’agricoltore e le aziende rinomate che gli comprano le uve da mezzo secolo.

Località Fievo, Taurasi (AV)

E allora mi hanno spiegato, credo proprio di non aver capito male, che una viticoltura di qualità comunque non è percorribile con vecchi cloni, vecchi sesti d’impianto, vecchi sistemi di potatura e vecchi retaggi di conferitori pauperisti che non sanno cosa sia il mercato internazionale del vino.

Un po’ più ottimo, penso io sollevato: stiamo solo migliorando e tra vent’anni l’Irpinia sarà la nuova Borgogna.

Località Monticelli, Castel Campagnano (CE)

Finché un giorno è arrivata l’annata 2003 e mi hanno spiegato, ma forse ho capito male, che le più belle uve di fiano e greco, portate a ideale maturazione senza cuocersi, non si trovano sempre sulle vigne più fitte, meno produttive ed esposte a sud.

Finché un giorno è arrivata l’annata 2007 e mi hanno spiegato, ma forse ho capito male, che le più belle uve di fiano e greco, portate a ideale maturazione senza gradazioni alcoliche estreme, non si trovano sempre sulle vigne moderne impiantate con i nuovi cloni.

Finché un giorno è arrivata l’annata 2009 e mi hanno spiegato, ma forse ho capito male, che le più belle uve di fiano e greco, portate a ideale maturazione conservando acidità pimpanti e pH bassi, spesso si trovano su vigne più cariche e vendemmiate più tardi, quando fisiologicamente fa meno caldo e le escursioni termiche diventano più importanti.

Località Agnano, Napoli

Finché un giorno sono arrivate le annate 2011, 2012, 2015, 2017, 2019, 2021 e mi hanno spiegato, ma forse ho capito male, che le più belle uve di fiano e greco, portate a ideale maturazione salvaguardando freschezza aromatica ed equilibrio, spesso si trovano su vecchie tennecchie e raggiere.

Finché un giorno è arrivato il cosiddetto cambiamento climatico e mi hanno spiegato, ma forse ho capito male, che quelle vecchie tennecchie e raggiere farebbero parecchio comodo oggi e invece ogni anno ce ne sono sempre meno: per il contadino che invecchia e non ha familiari disposti ad occuparsene, per un’altra coltura più remunerativa, per un prezzo di acquisto delle uve non sostenibile, per un appezzamento arrivato a fine corsa che deve essere per forza reimpiantato a certe condizioni.

Tramonti (SA)

Perdindirindina, dico io, ma poi ci ragiono con calma: non è possibile che ci si pensi quando è troppo tardi, di sicuro ci sarà una sterminata documentazione accademica che dimostra senza tema di smentite che le spalliere e i 5000 ceppi per ettaro sono la migliore opzione a qualsiasi latitudine e clima, su qualsiasi terreno, con qualsiasi varietà.

E allora vi spiegheranno, ma stavolta saranno loro ad aver capito male, che stiamo dicendo di piantare tendoni dappertutto e buttare via secoli di scienza viticola ed enologica, insieme alle spalliere e ai cloni dei vivai.

No.

Stiamo invece chiedendo perché, IN DETERMINATE CONDIZIONI, non sia lasciata la possibilità di scegliere tra più strade, valutando e adattando proprio a partire dalla conoscenza specifica di un microcosmo. Esattamente come in queste settimane ci stiamo chiedendo come mai un ristorante con ambizioni “gourmet” debba obbligarci a sorbirci un menù degustazione alla cieca rinunciando del tutto alla carta, oppure per quale ragione debbano essere esclusi da un presunto profilo di tipicità – che so – vini bianchi pensati con una macerazione non invasiva o una fermentazione spontanea (ma lo stesso discorso potrebbe valere sulle altitudini massime a cui può posizionarsi una vigna idonea a produrre un vino DOP).

Perché, insomma, la sacrosanta necessità di fissare regole e paletti per tutelare marchi e beni collettivi, come sono a tutti gli effetti le denominazioni di origine, continui a imboccare facilmente la via della ricetta, del protocollo e della soluzione a breve termine. Non di rado con un’arroganza e una presunzione che, a fronte di variabili così sensibili ai cicli e alle energie della natura, fanno quantomeno sorridere.

% Commenti (1)

👏👏👏
Era ora che si iniziasse a demolire alcune banali certezze .
Grazie

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