Verticale Sabbie di Sopra il Bosco | Nanni Copè Giovanni Ascione

nanni apertura

Da sempre gioca a fare lo stronzo, e di solito gli riesce piuttosto bene, ma stavolta proprio non ce l’ha fatta a nascondere la sua parte più tenerosa, il Tyrion Lannister del vino italiano alias Giovanni Ascione.

Siamo amici da tempo, abbiamo condiviso viaggi, bicchieri, tunnel e luci, anche grazie a lui ho vissuto alcune delle esperienze nel mondo del vino più indelebili, ma non per questo si diluisce la sensazione di enorme privilegio per averlo avuto tutto per noi una sera a raccontarci una delle sue tante vite (manager, giornalista, divulgatore, docente, ristoratore, consulente e nemmeno le ricordo tutte).
Come si dice in questi casi, in esclusiva per gli amici del Tipicamente Wine Club, la verticale completa e definitiva del Sabbie di Sopra il Bosco di Nanni Copé, solo uno dei suoi innumerevoli avatar professionali ed esistenziali.

Troppi inediti concentrati in una sola occasione per tenere davvero a bada le connessioni emotive più profonde, che nel suo caso erano e restano inscindibili da quello speciale mix di progettazione, istinto, metodo, ossessione, contemplazione, cesello, stress, esaltazione, fatica, che probabilmente lo ha spinto a condensare tutto in 10 vendemmie (più una finale, la 2018, con il solo Bianco Polveri della Scarrupata), per poi passare ad una nuova avventura.

La prima volta in assoluto con tutte le annate prodotte, dalla 2008 alla 2017, ma soprattutto la prima volta in cui Giovanni si ritrovava in qualche modo costretto ad aprire le pagine del diario di bordo e ad abbozzare un “bilancio”, perlomeno da quando ha deciso di vendere le vigne di Castel Campagnano, chiudere la cantina di Vitulazio e privare tanti estimatori di quello che fin dall’esordio è apparso come una specie di alieno, mosca bianca, pezzo unico nello scenario produttivo rossista, non solo caiatino e campano. Vigna sopra vitigno, stile sopra protocollo, definizione chirurgica, raffinatezza tannica, sapore sapore sapore, bevibilità bevibilità bevibilità: in un momento storico in cui il rosso regionale importante era ancora l’aglianico da 15 gradi e 45 di estratto secco, e il Piedirosso compariva al massimo su qualche blog semi clandestino.

Vorrei dire che Giovanni lascia il vino italiano migliore di come l’abbia trovato, ma non sarebbe veritiero. Anche perché in realtà non lo lascia affatto e, oltre ad implementare l’attività di consulente strategico e produttivo, proprio in queste settimane sta dando forma ad una nuova realtà di “négoce” insieme all’amico e sodale Maurizio Alongi.
Ciononostante, da questo punto di vista la serata a Villa Raiano (a proposito: anche la prima volta nella nuova bellissima sala con vista cantina, supportati e coccolati come non mai: grazie Brunella e Gaetano!), dicevo la serata ha avuto fin da subito un gusto agrodolce. Da una parte la netta percezione di quel privilegio a cui accennavo all’inizio: al di là del gradimento e delle singole annate, godere nell’essere partecipi di un momento così speciale, nucleare, irripetibile. Dall’altra sentirsi tutti un po’ più soli, per certi versi orfani, man mano che ci avvicinavamo alla fine del percorso e non potevamo fare a meno di chiederci: dov’è il prossimo numero 10 affamato arrogante consapevole incosciente, con la forza, il talento e la pazzia di scompaginare le carte, da passare ai raggi X e da cui farsi ispirare?

Quanto ai vini, il primo e più importante consiglio è quello di recuperare da Teatro del Vino le due cassette marchiate RSF (Riserva Speciale di Famiglia) con tutte le annate del Sabbie (le pari e le dispari) e tenerle da parte per un po’ (magari aggiungendoci qualche bottiglia del Polveri della Scarrupata 2018*, bianco da Fiano con saldo di asprinio che si conferma magico e oltretutto con notevoli prospettive evolutive).
La nostra verticale ha infatti evidenziato una ripartizione chiara tra le versioni più espressive e disponibili, ma non per questo necessariamente arrivate al plateau (in primis il poker 2008-2011), e quelle obbligatoriamente da attendere (specie quelle del trittico 2015-2017), con 2012 e 2013 un po’ nel mezzo e il 2014 a fare da spartiacque.
Varrà assolutamente la pena di rileggere questa storia in bottiglia quando si sarà aggiunta ulteriore distanza temporale, e non parlo semplicemente di corredi aromatici da completare e acidità da integrare. Ne abbiamo bisogno e lo desideriamo almeno quanto Giovanni, ne sono sicuro.

SABBIE DI SOPRA IL BOSCO NANNI COPÉ | VIGNE E VINI

Tutte le annate del Sabbie di Sopra il Bosco derivano da una vigna a tendone/semi-pergola co-piantata alla fine degli anni ’80, coltivata in larghissima maggioranza a pallagrello nero, con qualche filare di aglianico.
Siamo in località Monticelli di Castel Campagnano, nella macro-area della provincia di Caserta che si sviluppa tra la Media Valle del Volturno e le Colline Caiatine, non distante dai massicci montuosi del Taburno e del Matese, con il mar Tirreno a circa 30 chilometri.
Un appezzamento di circa due ettari e mezzo che si colloca tra i 200 e i 230 metri sul livello del mare, con esposizione prevalente a nord-ovest, pendenze che raggiungono il 25% e suoli disegnati da arenarie di origine miocenica estremamente drenanti (le cosiddette “Arenarie di Caiazzo”).
Completa il quadro una piccola quota di casavecchia proveniente da vecchi ceppi ultracentenari a piede franco posizionati a pochi passi dalla cantina, nell’area di Pontelatone.
Selezionate in base ai livelli di maturazione, le uve sono vinificate in blend (senza distinzione di vitigno) con fermentazioni condotte a temperatura controllata, macerazioni non inferiori alle due settimane e malolattiche svolte in legno (principalmente tonneau da 500 litri), dove il Sabbie di Sopra il Bosco sosta per circa un anno, prima di un ulteriore lungo affinamento in bottiglia.

Sabbie di Sopra il Bosco 2008

Pallagrello nero 70%, aglianico 25%, casavecchia 5%, vendemmia dal 27 settembre al 10 ottobre, 7.400 bottiglie da 0,75 lt e 100 magnum prodotte.

«Finalmente un one wine band elegante che non si vedeva in Campania dai tempi del Montevetrano», scrivemmo in tanti assaggiando il 2008, millesimo di debutto del Sabbie di Sopra il Bosco. Questione di contesto, come sottolineavamo in precedenza: oggi appare uno dei più rustici e incompiuti, se riassaggiato accanto alle versioni successive. Del resto è anche quello con la quota più alta di legno nuovo e, più in generale, un vino che alterna fasi felici di apertura gioiosa e slanciata ad altre più asciutte e severe (probabile complice anche una partita di tappi meno performante).

Sabbie di Sopra il Bosco 2009

Pallagrello nero 85%, aglianico 12%, casavecchia 3%, vendemmia dal 26 settembre al 9 ottobre, 7.500 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

Qui la storia per molti versi si ribalta: il Sabbie 2009 fu premiato praticamente da tutte le guide, ma sembrò passare un po’ in sordina dopo lo sfavillante esordio del 2008 e l’attenuarsi dell’effetto novità. Lo stesso Giovanni non è che si sperticasse in elogi ed entusiasmi all’uscita, ma oggi è costretto a ricredersi davanti a una versione di classe quasi bordolese, note di testa di balsami-sigari e tessitura rifinitissima incluse.

Sabbie di Sopra il Bosco 2010

Pallagrello nero 90%, aglianico 7%, casavecchia 3%, vendemmia dall’1 al 7 ottobre, 7.450 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

Se ogni annata del Sabbie sembra prendere in prestito qualcosa dai grandi territori del vino europeo battuti in lungo e in largo da Giovanni, restando sempre fedele a sé stesso soprattutto per la linfa sapida e il velluto tannico, la 2010 è senza dubbio quella che ci spedisce per direttissima tra Langhe e Borgogna. Talmente giovane da apparire perfino un po’ algido ancora, ma già adesso la sua statura internazionale è indiscutibile e la sensazione è che sopravvivrà a parecchi di noi.

Sabbie di Sopra il Bosco 2011

Pallagrello nero 90%, aglianico 5%, casavecchia 5%, vendemmia dal 9 al 16 settembre, 6.100 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

Semplicemente il vino sudista-mediterraneo come vorremmo incontrarlo sempre. Solare ma non accaldato, avvolgente ma non certo sprovvisto di fibra e tensione, carnoso e al contempo sodo, godurioso e da trangugiare a sorsoni: così era all’uscita è così lo ritroviamo, identico, dopo quasi un decennio. Ad ulteriore dimostrazione del fatto che quella cosa del vino aperto e disponibile che poi dura meno è fondamentalmente una stronzata (come insegnano i migliori rossi del Rodano meridionale, di cui questo 2011 potrebbe essere tranquillamente cugino di sangue).

Sabbie di Sopra il Bosco 2012

Pallagrello nero 90%, aglianico 5%, casavecchia 5%, vendemmia dal’11 settembre all’11 ottobre, 7.700 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

Ricordavo “rodanesco”, ma stavolta del nord, anche il 2012: carattere sicuramente più mimetizzato in questo riassaggio. Anche dopo prolungata ossigenazione, resta il più imbronciato e il meno contento di partecipare alla festa. Lo lascerei tranquillo per un po’.

Sabbie di Sopra il Bosco 2013

Pallagrello nero 90%, aglianico 5%, casavecchia 5%, vendemmia dal 26 al 28 settembre, 7.810 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

Giocando nuovamente con le suggestioni “altre” e le affinità elettive, potremmo azzardare: chiantigiano-nebbiolesco. È senza dubbio uno dei Sabbie più “seri”, rigorosi, austeri, profilato da sottili ma penetranti richiami di sottobosco e radici che si fanno perfino più martellanti nell’incedere gustativo. Un ulteriore affinamento lo aiuterà a distendersi, ma vale la pena sacrificare una bottiglia anche oggi per goderselo su questa struggente classicità “anni ‘80”.

Sabbie di Sopra il Bosco 2014

Pallagrello nero 93%, casavecchia 5%, aglianico 2%, vendemmia dal 20 al 22 settembre, 6.460 bottiglie da 0,75 lt e 100 magnum prodotte.

L’annata è quella complicata che sappiamo, ma è tutt’altro che un Sabbie minore quello plasmato dalla 2014. Anzi: è per molti versi il più comunicativo e glu glu in questa fase, grazie a una silhouette snella ma non diluita o cruda, arricchita da freschi timbri terrosi, silvestri e speziati.

Sabbie di Sopra il Bosco 2015

Pallagrello nero 93%, aglianico 5%, casavecchia 3%, vendemmia dal 12 al 14 settembre, 7.720 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

La vera cesura tra “vecchi” e “giovani”, tra le versioni del Sabbie già ben definite e quelle da murare in cantina, si avverte con l’entrata in campo del 2015. È un vino magmatico, debordante di frutto rosso e nero carnoso ma ben al di qua della surmaturazione, potente e tannico ma mai statico per effetto del rigoglioso scheletro sapido. Aspettare con fiducia.

Sabbie di Sopra il Bosco 2016

Pallagrello nero 92%, aglianico 5%, casavecchia 3%, vendemmia dal 20 al 25 settembre, 7.630 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

La corporatura da “peso medio” lo farebbe sembrare più disponibile e approcciabile rispetto al 2015, ma non lasciatevi ingannare: anche il Sabbie ’16 si propone in fase sostanzialmente embrionale. Carne cruda, spezie da concia, erbe officinali, lamponi e mirtilli: un corredo stavolta più appenninico che mediterraneo che ritma soprattutto il sorso affusolato, dritto, verticale, tutt’altro che “tondo”.

Sabbie di Sopra il Bosco 2017

Pallagrello nero 93%, aglianico 5%, casavecchia 3%, vendemmia dal 18 al 23 settembre, 7.630 bottiglie da 0,75 lt e 120 magnum prodotte.

Se scrivessimo su una di quelle care vecchie riviste di un tempo (ve le ricordate?), ci rifugeremmo in un provvidenziale: S.V. (senza voto), tanto il 2017 appare ancora indietro, vinoso, compresso, a maggior ragione se assaggiato per ultimo. La materia sembra comunque di tutto rispetto: una specie di 2015 con un pizzico di volume in meno e un saldo aggiuntivo di succo, luce e sorrisi.

uno speciale ringraziamento per le foto a Lidia Conti

% Commenti (2)

Spesso si dice che il cane è uguale al suo padrone. Nel vino è lo stesso… la magia e la sorpresa che si trova nella bottiglia di Nanni Copè è la stessa che si ha conoscendo Giovanni si trova la stessa semplicità ma anche unicità e la piacevolezza della sua persona. Un amico fedele, geniale, unico e tipicamente fuori dagli schemi. Non è un vino x tutti come non lo è lui. In fondo la vita…è una vdM.
Gió

Un vino meraviglioso. Peccato sia finita la favola, avrebbe trainato verso l’alto tutta la viticoltura rossista della Campania. Non è che vi andrebbe di dirci a quale cantina sono passate le vigne? Per illuderci che in qualche modo la storia continui…

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