Quella che segue è la storia di copertina del quinto numero di Tipicamente Magazine, interamente dedicato ai Campi Flegrei.
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Prologo
Non solo terrazze a picco sul mare e scoscesi costoni montani: la cosiddetta “viticoltura eroica” può anche incarnare una forma di opposizione silenziosa alla precarietà, naturale ed esistenziale. Emblematico in questo senso il caso dei Campi Flegrei, uno dei distretti più sorprendenti della Campania e dell’intero bacino mediterraneo, a dispetto degli enormi ostacoli con cui è quotidianamente chiamato a fare i conti.
Da una parte la costante minaccia che aleggia su un territorio plasmato da una geologia a dir poco instabile: tecnicamente una caldera in stato di quiescenza con oltre 70 centri eruttivi formatisi negli ultimi 10mila anni, che lo rendono un unico enorme “supervulcano”. Dall’altra gli effetti di un’antropizzazione violenta che ne ha radicalmente trasformato ambiente e paesaggio. Nel mezzo vigne e vignaioli costretti a combattere col cemento e con una parcellizzazione agricola portata all’estremo, nonostante una vocazione secolare e quote di vecchie piante a piede franco tra le più importanti d’Europa.
Antinomie che si manifestano in tutta la loro potenza nelle migliori bottiglie della zona. Fare vino nei Campi Flegrei bordeggia per molti versi l’utopia, ma questa stessa “follia” sembra indissolubilmente connessa al carattere inconfondibile dei suoi bianchi da falanghina e dei suoi rossi da piedirosso, ovvero le due varietà maggiormente diffuse. Slanciati, gustosi, a volte spiazzanti, temperamenti che vibrano al massimo dell’intensità quando entrano in campo gli interpreti più ispirati, di cui seguiamo le tracce in questo totalizzante viaggio vulcanico.

Essere provvisori
«Avete letto? Ce n’è stata un’altra, stavolta ancora più forte delle ultime».
Scorrendo la cronologia della chat redazionale di Tipicamente, non si contano gli articoli condivisi – da quando abbiamo iniziato a progettare questo numero – che hanno per tema i terremoti avvertiti dalla popolazione dei Campi Flegrei. Viene allora spontaneo chiedersi se gli episodi stiano aumentando o siamo noi che li percepiamo diversamente, riservandogli attenzioni del tutto nuove rispetto al passato. A volte succede. Quando si approfondisce un argomento o semplicemente si “pensa” con maggiore attenzione e costanza a qualcosa, l’oggetto di osservazione sembra assumere una rilevanza nettamente superiore. Fateci caso: avete in mente un’auto da comprare? Girando per le strade, vi sembrerà di vedere quel modello in continuazione, o comunque con una cadenza più alta di prima. Senza dimenticare certe dinamiche giornalistiche, come la propensione a dare risalto ad alcuni fatti di cronaca che sembrano improvvisamente moltiplicarsi in un ristretto arco temporale, tipo le aggressioni di cani considerati pericolosi. Un effetto amplificatore a catena in cui finiscono anche eventi naturali di lungo corso, che paiono talvolta veicolati per alimentare l’idea che qualcosa di spaventoso stia per accadere. Come in questi ultimi anni nella provincia di Napoli e in particolare nei Campi Flegrei, per l’appunto.
Alla base di tutto ci sono le tante questioni legate al bradisismo. Ci riferiamo ad un fenomeno geologico tipico delle aree vulcaniche attive, che consiste in lenti movimenti verticali del suolo, spesso accompagnati da terremoti di varia entità. Sulle sue cause convivono parecchie teorie, la più accreditata delle quali lo riconduce alle variazioni di riscaldamento delle falde freatiche interposte alla litosfera: aumenti o diminuzioni della temperatura determinerebbero maggiori o minori pressioni del vapore acqueo imprigionato nel sottosuolo, con conseguenti deformazioni della crosta superficiale.
Il periodico innalzamento e abbassamento del livello del suolo nei Campi Flegrei è da sempre oggetto di studio: un monitoraggio potenziato nell’ultimo mezzo secolo, che ha portato all’elaborazione di molteplici piani a tutela della cittadinanza. Un’opera coordinata che coinvolge molti soggetti, dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ad altri centri di ricerca minori, fino alla Protezione Civile. Ogni strategia è misurata su possibili avvenimenti di diversa natura e virulenza, dai terremoti alle eruzioni vulcaniche.

La crisi bradisismica
Dopo una lunga fase discendente, a partire dagli anni ’70 del Novecento si rilevano a più riprese importanti sollevamenti (oltre tre metri a Pozzuoli, con conseguente trasferimento di una parte della popolazione dai quartieri più coinvolti, come Rione Terra). Una tendenza che prosegue con brevi interruzioni fino ai giorni nostri: l’elevazione registrata dalla stazione GSS di RITE (centro storico di Pozzuoli) è di circa 150 cm a partire dal 2005 e di 31 dal gennaio 2024. Negli ultimi due anni, inoltre, gli sciami sismici si sono fatti più frequenti, con oltre 15mila scosse protocollate. Gli eventi di maggiore energia si sono verificati il 13 marzo e il 30 giugno 2025 (entrambi di magnitudo 4.6), ma sono ben impresse nella memoria comunitaria anche altre scosse con magnitudo superiore a 4.0 (come quelle del 20 maggio, 26 luglio, 27 settembre e 2 ottobre 2024, 13 maggio e 18 luglio 2025).
A seguito dei primi eventi rilevanti (maggio 2024), un Decreto Ministeriale ha disposto la mobilitazione straordinaria del Servizio Nazionale di Protezione Civile. Inizialmente dichiarata conclusa nel luglio 2024, essa è stata poi ripristinata dopo il terremoto del 13 marzo 2025 con un nuovo Decreto Ministeriale associato al livello di allerta “giallo”, corrispondente alla fase operativa di “attenzione”. Solo in minima parte giustificato dai dati scientifici nudi e crudi, che non indicano rischi a breve termine, il clima “emergenziale” venutosi pian piano a creare è inevitabilmente collegato all’eccezionale boom demografico e urbanistico che ha interessato i Campi Flegrei tra la fine dell’800 e per tutto il ‘900. Qualcosa di difficilmente comprensibile, alla luce della conformazione dell’area e di una piattaforma geo-territoriale tanto complessa e tumultuosa. Una crescita incontrollata dovuta anche all’insediamento di alcuni importanti poli industriali, come la fabbrica meccanica britannica Armstrong di Pozzuoli (1885) o l’impianto siderurgico dell’Ilva a Bagnoli (1910, poi Italsider), nonché allo spopolamento delle campagne “interne” nel Secondo dopoguerra.
Sta di fatto che il bacino della caldera flegrea (quello definito come “zona rossa”) ospita attualmente oltre mezzo milione di persone, a cui si aggiungono gli oltre 800mila che vivono nella contigua “zona gialla”. La densità abitativa del comprensorio supera i 5mila abitanti per km²: numeri che non possono lasciare tranquilli, usando un eufemismo, nell’ipotesi di eventi eruttivi o sismici gravi, anche a fronte del più geniale programma di evacuazione.

Il senso di un distretto “senza senso”
Dicotomie, chimere, paradossi: sono parole che tornano spesso nel nostro girovagare enoico. E per l’ennesima volta siamo obbligati a maneggiarle per tentare di dare un significato a gesti, storie e vini che sembrano prendere forma da una sorta di negazione di senso. Evidentemente non è un caso, se ci sentiamo così attratti da habitat agricoli ed umani chiamati strutturalmente a fronteggiare gli stimoli e i bivi più ancestrali dell’esistenza. Cosa vuol dire vivere dentro un mega vulcano? Fare famiglia, progetti, impresa? Puro istinto primordiale, che rivela chi siamo davanti alla paura e al pericolo: fuggire o combattere, senza possibilità di terze opzioni. E per chi decide di restare, o magari non può o non sa come andarsene, un’unica via: imparare presto, prima e meglio che altrove, ad accettare l’idea della propria provvisorietà, accantonando qualsiasi illusione di controllo. Un pensiero angosciante e al contempo liberatorio, da cui forse scaturisce quel mix inestricabile di fatalismo, flemma, disincanto, leggerezza, ironia, strafottenza e risolutezza solitamente associato all’indole partenopea, e che nella gens flegrea risalta doppiamente.
Una singolarità che letteralmente deflagra, è davvero il caso di dirlo, se zoomiamo sulle faccende vinose. Cosa c’è di più controintuitivo della scelta di un’attività a lungo termine come la viticoltura, in un distretto così pesantemente minacciato da fattori naturali e schiacciato oltremisura da quelli antropici? A maggior ragione considerando le pressoché nulle prospettive collettive di crescita, data la mancanza di spazi agricoli impiantabili a vigneto, dovuta alla cementificazione selvaggia. Una denominazione che nell’ultimo quindicennio non ha mai rivendicato più di 880mila bottiglie annue (la media è di poco superiore alle 760mila) e non ha reali possibilità di ampliamento della filiera. Un comprensorio che, a dispetto di tutto, ha saputo comunque ritagliarsi uno spazio importantissimo nello scacchiere campano, e non solo, diventando una tappa imprescindibile per chi vuole conoscere e raccontare in maniera completa i più originali vini del Mediterraneo.

Terre, persone e vini in movimento
Quelle che appaiono come insanabili contraddizioni si rivelano alla distanza le vele più adatte a navigare le burrascose correnti della vitienologia flegrea. Acque popolate da una serie di fantastiche creature che operano con modalità e motivazioni solo in parte familiari a chi bazzica abitualmente questo mondo. Perfino illogiche e naif, ad un approccio distratto; tremendamente moderne, lungimiranti ed efficaci, tirando le somme. Chissà, la chiave è da cercare di nuovo nella memoria più radicata dell’esperienza umana e del sistema limbico: delle due l’una, quando scegli di non scappare – circondato da pericoli di ogni tipo e senza piani B percorribili – o ti accucci sul divano in attesa dell’inevitabile oppure lotti ancora più strenuamente per sopravvivere. È ciò che fanno i più talentuosi e consapevoli produttori dei Campi Flegrei, a cominciare da quelli che abbiamo coinvolto nel focus centrale della nostra monografia. Formiche e api operaie in incessante movimento, più che vigneron in senso classico, quotidianamente alle prese con una battaglia – prima di tutto fisica – con le innumerevoli sfide disegnate da questo meraviglioso e crudele territorio. Dove il rischio di saltare per aria da un momento all’altro convive con uno straordinario condensato di bellezza millenaria e senza tempo.
Il nostro approfondimento non può che partire da qui, dalle persone che hanno imboccato questa strada senza farsi troppe domande sul perché e senza necessariamente avere le risposte. E ovviamente dai loro splendidi vini, che per una volta li rispecchiano integralmente: cosa affatto scontata per noi, che alla favola delle bottiglie somiglianti ai loro artefici abbiamo sempre creduto poco. L’incontro di vicende e personalità quasi opposte, che diventa sintesi perfetta di un luogo ineluttabilmente lacerato dalla parcellizzazione e dai frazionamenti, agro-viticoli, ma anche umani. Conflitti e riconciliazioni, contrapposizioni in apparenza sempre sul punto di detonare per poi acquietarsi e defluire. Sotto e sopra una terra che assume contestualmente le sembianze di madre benevola e matrigna ostile, con cui deve instaurarsi per forza un rapporto intimo e partecipante. Talvolta dimenticandosene, o solo facendo finta, prima che “lei” decida di rammentare ancora la sua presenza: con un sussulto, ad esempio, o nel filo di fumo che sale improvvisamente dalle crepe. O magari in un sorso di Falanghina e Piedirosso traboccante di luce, ombra, vento, sale, fuoco.

Allo stato attuale il livello di allerta dei Campi Flegrei è GIALLO, come stabilito dal Dipartimento della Protezione Civile, sulla base dei risultati del monitoraggio e delle valutazioni espresse dalla Commissione Grandi Rischi. Tale livello, a differenza del livello di allerta “verde” – che corrisponde all’attività ordinaria del vulcano – è indice della variazione di alcuni dei parametri monitorati dall’INGV.

