[Dai Social] Giuseppe Cortese | Barbaresco Rabajà 2004


Non abbiamo in mente tutti la stessa cosa quando leggiamo “grande annata”. Questioni di aspettative, in primis: anticamera di eccitazione o delusione, a seconda dei casi, specie quando la si intende come l’annata capace di trasformare qualunque anatroccolo diversamente bello in cigno maestoso e lo sciascinoso di Zì ‘Ndonio in Haut Brion.

Ammesso che esistano, quelle annate sono sempre state poche, pochissime. Due-tre per decennio, ad andar bene: immediatamente identificabili e capaci di mettere più o meno tutti d’accordo. Almeno fino al nuovo millennio, dove sembrano abbondare e al contempo scarseggiare perfino più che nel Novecento. Per millemila ragioni e variabili, a cominciare da quella più ovvia: il concetto stesso di “grande vino” non è mai stato tanto fluido, personale, in-teorizzabile.

Eppure, circoscrivendo il campo a specifiche aree e varietà, qua e là ancora spunta fuori la vendemmia “totalizzante”. Per me l’esempio perfetto è la 2004 sul Nebbiolo sudpiemontese: da lì un numero impressionante di vini non solo buonissimi, ma di classe superiore. Armonici ed espressivi fin da subito, senza il minimo cenno di stanchezza dopo quasi vent’anni. Di livello elevatissimo sia nel gruppone sia per le punte. Con una quantità assurda di “best ever”, o giù di lì, e tessiture tanniche di finezza mai più incontrata in Langa con questa ampiezza trasversale.

L’ennesima prova a supporto arriva dal riassaggio del Rabajà 2004 di Giuseppe Cortese: un Barbaresco semplicemente superbo per integrità fruttata, vigore balsamico e profondità speziata, con i contrappunti di humus e radici a tonificare un sorso di spettacolare equilibrio e continuità.
Con l’Asili vestito di rosso del signor Bruno e il Boito di Rizzi me lo gioco nella tris vendemmiale di denominazione tipo Soldatino-King-D’Artagnan.

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