[Dai Social] Tipicamente Wine Club | Meursault-Chablis

L’idea di una serata Chablis-Meursault nasceva dalla voglia di giocare con i presunti estremi dello Chardonnay borgognone. Di qua quello più nordico, citrino, verticale, di là quello più potente, regale, “beurre et noisette” (stando ai libri). Qualche considerazione sparsa.

1) Si parlava qualche giorno fa di Champions League del Bianco Europeo e ambizioni del Campania White Team. Ebbene: nessuna orizzontale di Fiano o Greco fatta in questi anni si è mai avvicinata al livello di questa ricognizione. Senza bisogno di scomodare i super Clos, i Montrachet o i Coche-Dury.

2) Non servono i mostri, perché basta già un Village di Tribut per mandare in crisi quelli che “i nostri non hanno niente da invidiare, è solo marketing, promozione, consorzi, ecc.”.

3) Restando a Chablis, ci voleva proprio uno come Thomas Pico per liberare un po’ di Mediterraneo e tammorriata in mezzo al “superclasico” Dauvissat-Raveneau.

4) Quelli di Jean-François Germain si confermano tra i pochissimi Meursault finanziariamente sostenibili e al tempo stesso capaci di accontentare curva sud e tribuna numerata.

5) Tuttavia (1). Sintesi ideale di tutto quanto ci aspettiamo da un grande Meursault (stratificazione, integrazione del legno, polpa, energia minerale, tensione, sapore): Il vino della serata – per acclamazione – è stato il Genevrières 2010 di Antoine Jobard, lo stesso recentemente pluri-lavandinato in quanto completamente ossidato (no, la questione premox è tutt’altro che risolta).

6) Tuttavia (2). Il prezzo lo fa il mercato, non è colpa del vino in sé. Altrimenti qualcuno potrebbe pensare – restando deluso – che un Forest di Dauvissat da 200 euro (mondo reale, enoteche fisiche o online, no assegnazioni semi-clandestine) sia 10 volte più buono dei migliori Fiano, Greco e Falanghina da 15-20 euro.
Ciò non toglie che tutti dobbiamo fare i conti coi nostri portafogli e alla fine ci resta almeno questa non piccola consolazione: la distanza di gruppo resta importante, ma è bello sentire che a quel tavolo avrebbero potuto tranquillamente sedersi con un buy-in popolare, che so, un Vigna della Congregazione 2013, un Miniere 2016 e diversi dei 2018 incocciati tra Roccamonfina e Sapri.

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