
Repetita iuvant: non è che un vino debba per forza durare 371 anni per essere considerato buono/grande (anche perché parametrando tutto sulla durata, poi dovremmo rivedere un bel po’ di considerazioni sui nostri portabandiera odierni, toscopiemontesi del terzo millennio inclusi, oltre che le nostre autovalutazioni su altri fronti…)
Decisamente no good idea, a maggior ragione quando ci sono di mezzo tipologie storicamente pensate per un consumo immediato e che addirittura venivano usate per ammansire vini più feroci: come nel caso della coda di volpe col greco, ad esempio.
Per un certo periodo invece abbiamo cominciato (non tutti, ça va sans dire) a guardarle quasi con sufficienza, come se davvero fosse un’offesa personale non poter stappare una coda, una falanghina, un pallagrello, una barbera del Sannio o un burson di 20 anni. Una fesseria gigantesca, ovviamente: mi pare che sia sempre più idea condivisa.
Dopo di che certo non dispiace ritrovarsi nel bicchiere dopo un lustro bianchi così, che non solo possono ma in qualche modo devono prendersi una finestra temporale aggiuntiva per regalare più gioia e piacere, a dispetto della scritta in etichetta.
Che poi basta leggere quella giusta: in questo caso Vadiaperti e Torama, prima di coda di volpe. Che in un’annata come la 2016 significa nove volte su dieci cespugli, linfa, trito per vongole, terme di Villamaina, sciurbetta, sale fino, polpa, nerbo, allungo e sfacciata giovinezza.


