Occhio ai M A L G I A C C A’ S

Malgiacca

Quello delle Colline Lucchesi è uno dei più incredibili e completi distretti della biodinamica italiana. Basta farci un giro per respirarne l’atmosfera, l’umore, l’adesione a un progetto che è diventato collettivo e che restituisce un’idea condivisa di futuro; non solo di quello del vino.

Qui la biodinamica appare come un’idea diffusa e sedimentata, uno stile di vita che ha come base la pratica agricola ma che punta molto più in alto. Ognuno con le proprie sensibilità, tanto che non potrebbero esserci più differenze nei percorsi stilistici delle cantine della zona e dei loro vini.

Passo indietro. Il detonatore va cercato a Valgiano, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Zero. Colpa di Moreno Petrini e Laura di Collobiano, della collaborazione con Saverio Petrilli e dell’incontro decisivo con Alex Podolinsky (2001), guru della “pragmatica” biodinamica australiana.

Gli effetti dell’esplosione, dicevo, sono sotto gli occhi di tutti ma è curioso come tra gli ultimi ci sia qualcosa di così vicino al punto di partenza. Sul piano geografico, ideale e umano.

Comincio dalle persone: Malgiacca è un laboratorio collettivo e la casa comune di Sarah Richards e Brunella Ponzo, Luigi Fenoglio, Lisandro Carmazzi e Saverio Petrilli. Vecchie conoscenze e due punti fermi della Tenuta di Valgiano (Lisandro e Saverio), dove ho assaggiato per la prima volta i vini.

Le ultime bottiglie stappate alzano l’asticella, rafforzando le già ottime impressioni e piazzando l’impresa tra le più intriganti del comprensorio.

Sulle colline di Gragnano, i nostri coltivano vecchie vigne abbandonate e alcuni impianti relativamente giovani, restituendo poche bottiglie di spiccata impronta artigiana, gustose e assai originali.
Le varietà coltivate sono tante, in una sorta di complantation in cui il risultato va ben oltre i singoli interpreti.

Delizioso il Bianco ’19, dal sorso pericolosamente facile; più ricco Tingolli ’18, una sorta di cru i cui filari sono ingoiati dai boschi, caratterizzato da una breve macerazione sulle bucce e sosta in vecchi legni. Fino a qualche giorno fa, mi avessero chiesto di raccontare il progetto, avrei parlato soprattutto dei bianchi. Oggi, dopo aver ribevuto il Rosso ’18, devo a lui la scena.

E’ per metà sangiovese, quindi il solito valzer di varietà: canaiolo, ciliegiolo, malvasia nera, barbera, montepulciano, ma anche chasselas, merlot e syrah. Le uve sono diraspate a mano su un setaccio, pigiate con i piedi e lasciate fermentare in maniera spontanea, in piccoli mastelli, prima di passare un anno in botticelle per lo più usate.

Come per i bianchi, è un vino che rimanda a suggestioni da sud della Francia, riuscendo a coniugare finezza e tenore mediterraneo. Valzer di garrigue, con l’elicriso che avvolge il frutto scuro, mai ingombrante ma ricco di dettagli e sfumature boschive. Tutto e più in una bocca che delizia per succo, tessitura e slancio, saporifera nei continui rimandi speziati e balsamici, di salvia, rosmarino e lieve curcuma (allo scaffale sui 15 euro).

Scommessa facile sul futuro dei Malgiacca’s: meglio sbrigarsi ad avere qualche bottiglia delle nuove annate perché ho idea che non dureranno molto.

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