Per non dimenticare le bottiglie stappate e farci compagnia a distanza. Aspettando, rinchiusi tra casa e cantina, che passi la bufera; esorcizzando virus vecchi e nuovi, e sognando l’inizio di un mondo migliore.
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Bello quando ci lamentavamo di non avere tempo, dei troppi impegni e delle interminabili giornate di lavoro. Lo scorso anno, più o meno in questi giorni, stavamo preparando l’imminente Vinitaly, edizione in cui Paolo e il sottoscritto avrebbero immeritatamente condotto una straordinaria degustazione di Cerasuolo d’Abruzzo; culminata, nientepopodimeno, con un esemplare di Valentini 1979.
Che bestia è il Cerasuolo? Vino della tradizione contadina, una specie di transgender, come lo definisce simpaticamente Cataldi Madonna. Per quanto mi riguarda, assai contemporaneo: non un rosso, non un rosato, ha una propria dimensione che va a infilarsi in un cassetto interpretativo molto particolare, unico. Anche nel gioco degli abbinamenti.
Che la sosta in bottiglia non sia un problema ma un’opportunità, almeno nei casi virtuosi, lo dimostra il Cerasuolo Baldovino ’16 della Tenuta I Fauri. Vino al momento magnifico che profuma di lamponi e ciliegie sotto spirito, erbe officinali e umori di cantina, fiori freschi, secchi e cortecce, come in una specie di potpourri finemente speziato. La bocca, cremosa e avvolgente, regala un tratto aromatico simile, impreziosito da qualche accenno caldo di vaniglia e da un finale molto lungo, che trascina una vaga nota torbata.


