A volte, parlando di un vino o descrivendolo in assaggio, ammetto di aver usato il termine “costruito”. Contrariamente a quanto sostiene un certo tipo di movimento, tanto suggestivo quanto approssimativo nei termini, tutti i vini sono nella realtà costruiti. Cosa sarebbe una pianta come la vite e il suo frutto, l’uva, senza l’intervento umano che ne fa uso?
Detto questo, per vino costruito è da intendere, più che l’uso, l’abuso della tecnica enologica, in misura tale da confondere i tratti che quel vino avrebbe avuto, ragionevolmente, con pratiche meno invasive, capaci di assecondarne la natura (aridaglie!) e di traghettare in maniera più o meno diretta quello che il territorio ha da dare. Una visione che, se presa per buona, avvicina il produttore al maieuta più che all’alchimista.
Quando ho cominciato il mio percorso di assaggiatore, ad inizio millennio, la costruzione del vino di qualità era un valore più che positivo. Si viveva una specie di illimitata fiducia nel futuro e niente sembrava precluso alla tecnica: ovunque poteva nascere un grande vino, tanto che i confini classici e le denominazioni storiche apparivano come ingiuste delimitazioni al progresso, barriere inaccettabili per i paladini della rivoluzione enologica globale e per la definitiva affermazione del vino nuovo.
Le cose stanno andando un po’ diversamente. La scena è cambiata di nuovo, negli ultimi anni, e le parole d’ordine del così detto Rinascimento Enologico sono state messe in discussione, sostituite dai nuovi dogmi stilistici della territorialità e dell’eleganza. Tutti sembrano essersi adattati rapidamente, almeno a parole; il passo da barrique a minerale e da rotomaceratore a territorio è stato breve.
Tutti si sono adattati tranne i vini, però. Realizzare prodotti di buon livello è certamente possibile e la scienza in questo aiuta parecchio. La costruzione dell’eleganza e della territorialità è un po’ meno facile, invece. Sembra sciocco, e forse suona inaccettabile per i neo-illuministi, però la natura ha le sue regole e non sempre queste sono sovvertibili.
Per fare un vino territoriale, guarda un po’, ci vuole come minimo un territorio all’altezza. Un luogo che, per sue caratteristiche intrinseche, suolo e clima in primis, dia all’uomo la materia fondamentale su cui lavorare.
Una regoletta semplice semplice che sta però svelando una terribile realtà: non sono molti i grandi territori del vino e all’interno di questi ci sono poche zone davvero pregiate.
L’eleganza e la territorialità, a differenza di un qualunque vino ben fatto, forse non si costruiscono così facilmente.


Sottoscrivo tutta tutta la costruzione del ragionamento, centrata. Sulla conclusione sono meno convinto, anzi tendenzialmente direi il contrario: sono molti i grandi territori del vino a patto di premiare originalità e diversità a discapito di scale assolute.
Un grande Sorbara, un grande Prosecco, un grande … hanno talenti diversi rispetto a un Barolo, è evidente, ma proprio valorizzarne la specificità è mestiere che rende la critica del vino, soprattutto in Italia, così affascinante. Perché spesso è la non riproducibilità dei vini “semplici” ad essere particolarmente gratificante.
Verissimo Alessandro. Infatti il modensese è un luogo storico per il Sorbara e le sue denominazioni, con tanto di mappa delle sottozone più interessanti, così come le terre del Prosecco (nonostante le storture recenti). Io, per dire, adoro i Pelaverga di Verduno e le Schiava, le Falanghine dei Campi Flegrei e i Piedirosso. Di zone interessanti ce ne sono in Italia, ci mancherebbe.
Il cuore del ragionamento era un altro: ad un certo punto si è pensato che quelle zone classiche, codificate in centinaia di anni, fossero un limite, un ostacolo al progresso perchè il primato spettava alla tecnica. In una vecchia intervista che feci a Rolland, mi disse che un grande vino può nascere ovunque e che un giorno, magari, lo avrebbe fatto su Marte (e qualche enologo italiano diceva le stesse cose, se ricordi).
Ecco, il senso del post è questo: contesto vivacemente la teoria che tutto si possa fare e che ovunque possa nascere qualcosa di realmente significativo. Un vino buono si, magari, nel senso di tecnicamente corretto; un vino territoriale e di spiccata personalità non credo proprio. Tutto qui.