Il ritorno dei vini drogati

Dimenticate e fuori moda. Impolverate nelle vetrine di vecchi bar o sugli scaffali di drogherie d’altri tempi.

Peggio ancora mistificate dall’industria, trasfigurate, trasformate in qualcosa di profondamente diverso rispetto alle origini.
Destino comune a molte bottiglie della liquoristica italiana. Una tradizione ricchissima, dall’alchermes al rosolio; simbolo di un’epoca che, insieme ai sogni, si è portata via anche quel piacevole gusto amaro della vita.
Detto questo, la storia compie dei percorsi strani, apparentemente irregolari, ma spesso i fili del passato finiscono per riannodarsi al presente. Così anche le bottiglie di una volta paiono tornare di moda. Non proprio quelle, forse, ma le loro rappresentazioni contemporanee. Versioni che prendono le ricette di un tempo e le fanno vivere nel presente. Il che forse è anche meglio.
Per me l’emblema del processo è il Vermouth (o Vermut, fate voi). Non so come sia successo esattamente ma invece del solito sciampagnino, quale prologo di un pranzo alla Certosa di Maggiano, di Loprioriana memoria, scelsi proprio lui. Un Carpano Antica Formula, per l’esattezza, che insieme a Cocchi ha contribuito al rilancio della materia in Italia. Su chi l’abbia affossata ho le idee altrettanto chiare. Ma del fatto che il Vermouth più famoso non sia in realtà più un Vermouth, così come del mio personale boicottaggio dei prodotti Bacardi parlerò un’altra volta.
Piuttosto, è interessante vedere come i nuovi-vecchi Vermouth non siano fenomeni isolati quanto il detonatore di un percorso collettivo della ritrovata liquoristica italiana. Di recente ho avuto la fortuna di assaggiare lo straordinario Bitter di un piccolissimo produttore artigianale, rimanendone rapito.
C’è che un certo tipo di gusto sta tornando d’attualità, questo è il punto, insieme alla voglia di riappropriarsi di pezzi favolosi della tradizione del Paese.
E allora, restando sui vini “drogati”, perché non un Barolo Chinato? Io ultimamente ci sono tornato, ricominciando dalla punta. Quello dei Cappellano, per intenderci, famiglia cui si deve un ruolo centrale in questa storia.

E il contenuto? A me sembra delizioso ma soprattutto capace di far compiere un balzo nel tempo. E’ tutto un gioco di contrasti e cambi di passo, tra note dolci e amare in grandioso equilibrio. Le spezie e le erbe la fanno ovviamente da padrone. Droghe che rimandano alla cannella, all’anice, al classico cassetto della nonna, attraversate da decise folate balsamiche. La bocca, calda e avvolgente, è allo stesso tempo densa e scorrevole, chiusa splendidamente da lunghi ricordi di corteccia, ginger, rabarbaro e radici assortite.

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