Il Giappone visto da seduto


Ci siamo. Parte da qui un gustoso reportage giapponese firmato da Paolo Baldelli. Io ne ho goduto praticamente in diretta, con aggiornamenti continui alla “Tutto il calcio minuto per minuto”, e non vedevo l’ora di condividerlo.
Cominciamo con la “prima puntata” di un itinerario che ha visto Paolo in alcune delle tavole più suggestive del Paese (da qui il titolo: Il Giappone visto da seduto), ad un ritmo che solo lui sa tenere e con motivazioni che, evidentemente, c’entrano in parte con il piacere del viaggio ma affondano le radici nella voglia di indagare, nella fame vorace di comprendere e scoprire, nel morboso desiderio di interagire e conoscere. Il tutto attraverso il cibo che, a me così sembra, è mezzo e non fine.
Un tour di un paio di settimane circa, giorno più giorno meno, in cui Paolo ha messo insieme 24 Stelle Michelin così suddivise:
– 6 Tre Stelle
– 1 Due Stelle
– 4 Una Stella
Buona lettuta

IL GIAPPONE VISTO DA SEDUTO
di Paolo Baldelli

Giorno 1
Arrivati in fretta e furia (soprattutto la seconda) da Kanda con un irriguardoso ritardo di 30 minuti. Tre stelle secondo la Rossa. Ero malato. Non mi son goduto una cena antipatica. Segnalo la spettacolare carta di sakè e il set di scodelle, ciotole e vasetti tra i quali scegliere il preferito.


Giorno 2

Malato. Ma non è che son venuto in Giappone per curarmi. E nemmeno per divertirmi. Quindi pranzo da Sukiyabashi Jiro, la leggenda del sushi. Metro di Ginza. Nessuna insegna in romaji. Arredamento e servizio basici. Ti chiedi se hai sbagliato indirizzo. No. È giusto. Dieci posti a banco. Due tavoli dove viene servito il dessert.
Comincio dal fondo: muskmelon di Shizuoka. Un po’ avanti di maturazione secondo me (spero che lo Yubari mi dia più soddisfazioni). Cosa mi è rimasto a parte l’onore di aver mangiato sushi dall’ottuagenario maestro Jiro? Le temperature del pesce. La perfezione della cottura del riso, colloso come deve essere, aderente al pesce, calibrato nella quantità a conferma della leggenda, o della storia, secondo la quale il numero di chicchi per ogni sushi è sempre lo stesso. La manualità ieratica che rimanda ad un rito eucaristico più che a un pranzo. Venti portate con menzione d’onore al jack mackerel e al riccio.
Tempo totale impiegato 30 minuti. Denaro totale impiegato 64.000 yen per due persone.
La sera da Ishikawa. Cena di stile japanese contemporary, per usare una definizione Michelin. Servizio eccellente, gente simpatica. Piatti eleganti e saporiti con ingredienti di stagione. Al banco siamo in sei, non so quanti altri mangino nelle 4 private rooms. Il mio vicino, un nerd anglosassone, fotografa come Bob Noto e prende appunti come Ezio Bani. A fine cena lascia un suo biglietto da visita al proprietario e spiega che lavora in un ristorante anche lui.
Ishikawa torna due minuti dopo e gli dice “bel ristorante“. Evidentemente aveva già consultato internet. Il nerd risponde: “ci stiamo provando“. Il ristorante è Atera, a New York City, 2 Stelle Michelin. Sti cazzi, ci stiamo provando! Chiedo anche io il biglietto da visita al nerd non più nerd.

Giorno 3
Yakitori senza nome appena arrivati a Sapporo. Come si mangia conta poco. Dentro si fuma…

Giorno 4

Mattina ore 7.45. Mercato del pesce di Ni-jo Ichiba a Sapporo. Un tarabagani da 3 chili per colazione, riccio alla griglia memorabile, 3 ostriche ciccione, sapide con finale dolce e quindi buone. Lo spettacolo dei granchi: dal king crab all hairy crab. Vivi, bolliti, essiccati, in scatola.
Cena al Toya Windsor Hotel, uno dei posti dove mi sono sentito meglio nella vita. Ristorante Out of Africa. Chef il simpatico Hakira, che ha lavorato al lago di Blacciano. Dopo la pressione Santucciana* al quale è stato sottoposto non penso che lo rivedremo ai fornelli, anzi al teppaniaky, molto presto. Materie prime ineccepibili: abalone, king crab e Hokkaido-gyu.
* Personaccio mitologico. Tra le altre cose imprenditore di successo, con importanti interessi in Giappone

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