Il mio scambio libero


Da giovane studente di Scienze Politiche, nel cuore degli anni Novanta, ho beccato in pieno la tranvata della cosiddetta globalizzazione.

Una parolina che dice tutto e niente, che andrebbe certo collocata in un’indagine seria sui percosi dell’economia capitalista, non certo sulle colonne di un blog squinternato che propone la sua visione su cose futili come vini e companatici. Ma che, oggi come allora, ci sottopone innumerevoli quesiti.
Negli anni ho ascoltato mille voci e altrettante posizioni, partecipato a forum e controforum, visto atti concreti e contestazioni. Tutto in nome di un modello che focalizza la discussione sul cosiddetto libero scambio tra paesi, capaci di partorire accordi che mettono la politica classica sempre più in ombra rispetto ad interessi e logiche commerciali assai poco trasparenti, stabilite in ambienti sempre più lontani dal controllo democratico.
Ho familiarizzato sempre più con acronimi nuovi, dal WTO al NAFTA, capendo quel che potevo capire su un mondo che si stava restringendo, dove le merci viaggiavano sempre più veloci, e che andava costruendo un grande campo di gioco comune. Peccato che i singoli giocatori apparissero invece molto diversi tra loro, sottoposti a regole affatto coerenti e punti di partenza spesso lontanissimi.
Negli ultimi giorni, leggendo un articolo del Die Zeit (tradotto e riportato da Intenazionale), ho avuto modo di approfondire un’altra sigla, il TTIP, arricchendo il mio vocabolario in materia.
Si tratta del Transataltic Trade and Investment Partnership, un trattato in divenire tra Stati Uniti e Unione Europea, finalizzato a creare la più grande zona di libero scambio del mondo. Ovviamente la questione sottende molti campi differenti ma quello del cibo non è affatto secondario. Anzi, a me pare decisivo.
Il fatto è che USA ed Europa, le cui imprese dialogano e danno vita a fiorenti commerci (non serve che stia qui a ricordare quanto conta l’export per le aziende italiane, quelle del vino in primis), hanno delle regole produttive e delle visioni di base differenti, in molti casi addirittura antitetiche.
Per dire, gli allevatori americani di bestiame possono tranquillamente utlizzare i così detti ormoni della crescita, per ingrassare i propri capi più rapidamente ed abbattere i costi, mentre a quelli europei la pratica è impedita. Negli USA vige il principio che se un prodotto o una pratica (pesticidi, additivi chimici, processi di vario genere) non sono “inconfutabilmente” nocivi per la salute, allora devono essere ammessi. In Europa è l’opposto: vige il principio di precauzione per cui è necessario dimostrare a monte, prima del suo impiego e oltre ogni ragionevole dubbio, che una sostanza non abbia effetti negativi sulle persone.
L’esempio degli ormoni, così come dell’uso del cloro in zootecnia non è causale in quanto il dibattito sul TTIP è molto acceso su questo fronte.
Le organizzazioni che si occupano di libero scambio vedono come fumo negli occhi questi divieti, li considerano alla stregua di dazi doganali e i paesi che decidono di applicarli sono addirittura soggetti a pesanti sanzioni.
Il dibattito è più che mai aperto, non solo tra i diversi contendenti ma anche all’interno dei vari paesi. La paura, infatti, specie per le imprese europee, è quella di mettere in pericolo i propri affari con gli USA, in una logica di reciprocità commerciale che è facile da comprendere. Dall’altra parte ci sono i cittadini, sempre più spaventati da quel che arriva nel piatto, che potrebbero veder innalzare i rischi se il TTIP andrà in porto.
Come andrà a finire? La carne agli ormoni e un livello più basso di garanzie è il prezzo da pagare per non mettere in sofferenza le imprese italiane ed Europee? Il principio di precauzione, a cominciare dagli OGM, è destinato ad essere rivisto in nome del libero scambio?
Vedremo. Se in Europa, tra qualche anno, avremo una popolazione con le tette sensibilmente più grosse, sapremo perchè.

Post Correlati

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.