Continuare a stupirsi

In uno dei tanti articoli pubblicati dopo la morte, tra frasi celebri e ricognizioni più o meno sensate del suo pensiero, ricordo riportata un’interessante riflessione di Steve Jobs a proposito delle start up.

Nel testo, il nostro melafondaio ammoniva tutti quelli che avviano un lavoro o un’attività imprenditoriale a mantenere alto l’entusiasmo anche dopo la fase iniziale. Un monito contro il rischio di veder assopire gli ardori iniziali, un po’ come succede nell’innamoramento, quando il friccicore e le palpitazioni lasciano spazio al quotidiano, che può essere anche bellissimo ma certo meno eccitante e ricco di sorprese.
Succede un po’ in tutti i campi, a pensarci, ed è la vera, grande difficoltà di ogni impresa. Puoi anche arrivare a giocare in Serie A ma la difficoltà sta nel mantenersi a certi livelli e confermarsi stagione dopo stagione. E ancora, un cuoco magari riesce a strabiliare i suoi commensali con una cena prelibata ma la sfida di un ristorante che vuole mantenersi al top è la costanza, la precisione quotidiana e la capacità di confermarsi ad ad alti livelli giorno dopo giorno. E via discorrendo.
Nel mio strano lavoro le cose non vanno diversamente. Anche se di là dallo schermo tutto può apparire bellissimo, collaborare a millanta guide mangiobeverecce per più di due lustri ha svariati elementi di monotonia, giorni della marmotta, schemi e azioni sempre uguali. In una parola: noiosi.
Anche l’assaggio dei vini assume via via un sapore diverso e l’approccio non può che essere meno incantato e sognante, col passare degli anni.
Detto questo, per fortuna, il sottoscritto e la cerchia di ciarlatani che lo frequenta, mantengono un atteggiamento genuino e positivo nei confronti del proprio mondo. Nonostante tutto, la voglia di indagare, di crescere, di scoprire è rimasta invariata rispetto ai primi passi e ogni occasione è buona per mettere un nuovo tassello nel grande mosaico della comprensione del vino.
L’ultima tessera che mi ha fatto battere il cuore è arrivata un paio di giorni fa, nel mezzo di una degustazione “seria” orchestrata da Luca Santini, passato da pochi mesi allo squadrone di Teatro del Vino* (il cui catalogo, diciamo così, non ci lascia indifferenti).
In mezzo allo Champagne figo e al Volnay più à la page, tra uno Chablis e un Savennières, mi porto il ricordo di una cantina italica colpevolmente poco praticata: Vignai da Duline*.
San Giovanni al Natisone, Udine. Friuli dunque, che per inciso occupa uno spazio risicato, a parte l’appendice del Carso, nella mia cantina. Ma qui è diverso, almeno così mi è sembrato. Ho assaggiato due vini, un bianco e un rosso. Originali, complessi e bevibili al tempo stesso, digeribili e soprattutto buoni.
Il Morus Alba ’11, malvasia istriana e sauvignon da vigne che arrivano a 70 anni, è un bianco che mi ha stupito e poi rapito. Potrei snocciolare un sacco di profumi e sapori, la nocciola e il fumo, i fiori e il sale, ma è l’insieme a valere più delle singole componenti. Un vino che regala vibrazioni e che pare non fermarsi mai.
Interessantissimo anche il Morus Nigra, 100% refosco. Forse un po’ meno immediato, specie per le durezze della bocca e i tannini incisivi, ma dal quadro aromatico originalissimi, pepato, speziato, balsamico e intensamente fruttato.
Foto: winestrories.it*

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