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In Aligoté we trust


A volte i percorsi sono ragionati, programmati, studiati meticolosamente. Altre saltano fuori a casaccio e disegnano traiettorie incomprensibili, figlie del caso, di incontri occasionali o esperienze estemporanee.

Poi ci sono gli innamoramenti. Quelli che durano una notte, un’estate, bruciando di una passione intensa quanto fugace. E quelli che invece diventano maturi, che per un motivo o per l’altro si trascinano nel tempo, si alimentano di nuove esperienze e richiedono approfondimenti sempre maggiori. Il rapporto col vino è un po’ così, almeno per chi è abituato a viverlo ogni giorno con intensa curiosità: non sai mai da dove arriva l’illuminazione e non finisci mai di stupirti.
Dunque. Era partita come una cottarella sotto l’ombrellone, quasi un gioco capriccioso e scherzosamente ostinato, e invece l’indagine nei confronti dell’aligoté, varietà originale, con un passato importante (soprattutto in Borgogna) ma caduta un po’ nel dimenticatoio, si sta rivelando piuttosto intrigante.
Dopo le prime tappe* e la gustosa appendice rumena*, a testimoniare che oltre i sacri confini è l’est Europa il serbatoio più interessante, sono tornato col bicchiere in Francia, giusto negli ultimi giorni.

Una bella carta dei vini e una sommelier graziosa mi hanno finalmente spalancato le porte dell’Aligioté d’Auvenay, targato 2006, subito nella Top 3 dei miei personali incontri con la tipologia. Un vino magnifico, avvolgente e consolatorio in bocca, attraversato dalla proverbiale ma precisa sferzata acida, che non solo non compromette ma esalta la raffinata eleganza del sorso. E al naso? Ammaliante nei profumi di limone candito e zenzero, fresco e marino. Una delizia che mi ha anche fatto scoprire uno dei migliori abbinamenti del pianeta, quello con i tipici tortellini modenesi in brodo di gallina.

Sempre in Borgogna, anche se da un pulpito meno ortodosso (direi che l’etichetta non lascia dubbi), ecco un altro Aligoté che merita di essere provato, ovvero quello che Yann Durieux (Recrue des Sens) realizza con uve raccolte dalle parti di Beaune. Me l’ha fatto assaggiare Francesco Cobelli, ed è una delle piccole realtà “naturali” (nel senso francese del termine che prevede quasi sempre l’assenza di solfiti aggiunti) del suo Jardin du Vin*.
L’Aligoté Love and Pif 2010 fermenta e matura in acciaio e lì per lì ha una nota riduttiva sulfurea piuttosto marcata. Di quelle che non spaventano, però, anzi che fanno ben sperare, e infatti dopo pochi minuti il vino appare integro e perfettamente nitido, con un vivido tratto minerale e una fisicità tridimensionale e sfaccettata. Gli aromi sono classici, direi, e spaziano dal solito agrume candito alla nocciola, passando per una lieve sensazione di miele. Il tutto traghettato in bocca da una acidità che parte a razzo e arriva lontano, insieme a tutto il suo bagaglio di gusti, da quelli più marcati alle sfumature più deliziose e impercettibili.
In Aligoté we trust

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