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Roc d'Anglade 2010 | Giallo minerale

Ricordo che, quando cominciai ad appassionarmi seriamente al vino, un tizio che la sapeva lunga mi disse: “vedrai che i tuoi gusti ti porteranno sempre più a nord. Un giorno arriverai in Borgogna e capirai di essere arrivato”.

Oggi posso dirlo con certezza: sono “completamente d’accordo a metà” con quella affermazione.
Voglio dire, certo che la Borgogna è la Borgogna. E’ colpa sua se il direttore della banca ha scelto il mio numero per lo You&Me, almeno quanto delle rotonde che sostituiscono inesorabilmente i semafori, rendendo ormai impossibile il mio lavoro principale. Però c’è tutto un mondo che reclama attenzione e offre emozioni inimmaginabili a chi si ferma, a chi rinuncia all’indagine e perde la voglia della scoperta. E allora, restando in Francia, basta riscendere a sud per inciampare in infinite possibilità di godimento. Spesso decisamente a buon mercato, per giunta.
Tra i tanti rossi, che trovano a meridione una dimensione più solare e materica, riuscendo nei casi migliori a mantenere un deciso saldo di finezza ed eleganza, voglio però affrontare il capitolo bianchi. A patto di mettersi in posizione di ascolto e scardinare le gabbie interpretative, rinunciando a riconoscere l’esistenza di un’unica via per l’altare del grande vino, le terre che guardano al Mediterraneo sono capaci di splendide interpretazioni. Non solo ottimi vini ma etichette di grandissima originalità, capaci di percorsi gustativi e vie aromatiche particolari. E non per questo di secondo piano.
Tra gli ultimi assaggi, ecco un clamoroso Matassa Blanc 2011 che riacutizza la voglia di Clace, minuscolo paesino del Roussillon incastrato tra i Pirenei, le Corbières e il mare; e un altrettanto fascinoso, e fino a poche settimane fa a me sconosciuto, Roc d’Anglade 2010.
Se anche a voi il nome dice poco, trattasi di un vino dell’omonimo villaggio, non lontano da Nimes, dunque in piena Languedoc, appartenente ai VdP du Gard. Qui i terreni, piuttosto sassosi, mescolano argilla, silice e calcare, regalando a questo bianco da uve chenin, con piccola quota di grenache blanc, lampi di accecante mineralità.
Al naso è la roccia a dominare, rinfrescata da cenni agrumati di limoni libanesi, bergamotto e scorza di mandarino, non senza una spruzzata di whisky torbato. Tutto perfettamente sintetizzato in una bocca densa ma mai eccessiva, calda ma non alcolica, attraversata da un tratto dolce – salato che chiude su una spettacolare sensazione di mandrola fresca.

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