La Romania del vino ha un passato e un futuro

Tornando dalla Romania, pensavo a quanto sono fortunato ad occuparmi di vino. Diversamente non avrei mai fatto tutte le esperienze che questo mondo mi permette.

I viaggi, gli incontri, le scoperte. Tutto è possibile con un bicchiere in mano. Per me è una specie di chiavistello. Una bussola, uno strumento per conoscere e interpretare la realtà.
Dal Danubio al Tanaro, dai Pirenei alle Ande. Il vino segna una tracciato, indica delle traiettorie, svela paesaggi, popoli, pieghe della vita e del mondo che mai avrei sfiorato. Il vino è un punto di partenza e un approdo. Un mezzo, un linguaggio comune che apre mille dialoghi. Il vino è fantastico terreno comune che esalta le differenze e le rende comprensibili.

La Romania, dunque, come ultima tappa del mio personalissimo percorso.
Mi porto dentro la turistica Costanza, il Mar Nero e un itinerario in macchina tra campi seminati di pale eoliche.
I relitti delle grandi fabbriche. I “Combinati” dove lavoravano migliaia di persone, i granai che sfamavano il popolo e le gigantesche cantine che lo dissetavano.
I nidi di cicogna sopra i pali della luce o i semafori.
I carretti trainati dai cavalli e dagli asini, popolarissimo mezzo di trasporto
La ciorba (zuppa) di pesce e di trippa di Tulcea, a un tiro di schioppo dall’Ucraina
E tutti gli altri cibi, spesso deliziosamente affumicati, altre volte prepotentemente agliosi, sempre groviglio di spezie (cumino a go go) e sapori che tradiscono le infinite contaminazioni etniche.
Le mille ricette col pesce d’acqua dolce e la cucina a base di Orso
Galati, quasi Moldavia
Le sigarette ancora accese nei bar, nei ristoranti e in ogni locale pubblico che si rispetti
L’imponenza del Danubio e la bellezza statica del suo delta
Lo sconvolgente Palazzo del popolo di Bucarest e il fascino della città vecchia
I Carpazi all’orizzonte, scrutati da una cantina faraonica e senza senso del solito riccone Bielorusso
L’assurdo sistema dei finanziamenti europei all’agricoltura
Le case di fango e quelle degli zingari. Non sempre felici
I filari in ogni casa, segno che il vino è cosa intima
I terrazzamenti e le vecchie vigne, segno di un passato vitivinicolo importante
Le varietà della tradizione, davvero niente male
L’affilata freschezza della feteasca alba, la piacevole aromaticità della feteasca regala e la seria potenzialità della feteasca neagra
La scoperta della deliziosa babesca, tutta frutti di bosco e pepe
L’aligotè ovunque
La Moldova e la Transilvania per i metodo classico di domani (si, certo, quelli della Transilvania hanno un certo carattere sanguigno)
La splendida accoglienza, l’ospitalità e le premure dei due Roberto, Pieroni e Di Filippo, che da quelle parti stanno facendo una cosa bella. Ma bella bella.
E multumesc Gianni

Post Correlati

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.