
Dalla politica all’economia, dalla scienza al vino. Le previsioni sul futuro, le scommesse su quel che sarà sono uno degli esercizi più diffusi e graditi dagli analisti di svariati settori. I così detti “esperti”.
Costano poco, incuriosiscono, fanno notizia, espongono a bassissimi rischi chi le fa. Solo in poche occasioni, infatti, seguono le verifiche del caso e le proiezioni dei guru finiscono spesso nel dimenticatoio.
Il sottoscritto non nasconde un certo piacere nell’andare a riesumare vecchie sentenze. Cosi, per vedere l’effetto che fa e fare due risate dei tanti Fassino, delle letture fantasiose, delle sfere di cristallo burlone o, nei casi migliori, sfocate.
Mi piace ripescare vecchie riviste, libri e trasmissioni di vario genere. Dall’archivio del Gambero Rosso, giusto qualche settimana fa, ho rispolverato un mensile datato Aprile 1995 dalla copertina intrigante: “Il vino del 2000”. Un numero speciale, un’indagine per capire le dinamiche e svelare il futuro del vino italiano. Divertente leggerlo ora, tanto che mi è venuta voglia di riportare qualche passaggio…
“Nel futuro il vino sarà prodotto su scala industriale con costi molto bassi a partire da vigneti che saranno realizzati sul modello australiano, non potati. Un vino che avrà una qualità legata al mercato e sarà igienicamente perfetto e salubre. Non si utilizzerà più alcun additivo, nemmeno la solforosa. Sarà il trionfo della biologia sulla chimica. Si produrrà una materia prima, l’uva, che avrà in sé tutte le risorse necessarie per la formazione del gusto e una lunga conservazione. Si tratta di metterle in risalto, per esempio con lieviti specializzati in grado di generare certi aromi”. Mario Bertuccioli. Professore di Enologia all’Univerità di Firenze
“L’osmosi inversa e la filtrazione molecolare sono già realtà. Dal vino si possono togliere le molecole pesanti, quelle meno digeribili dal fegato, l’alcol, e persino tutta l’acqua. Si potrà creare un tipo di vino che si potrà bere senza appesantirsi e più aderente al gusto di singole fasce di consumatori”. Roberto Drioli. Ricercatore CNR
“Diminuiranno notevolmente le tipologie di vini e ci si orienterà sempre più verso le varietà internazionali: chardonnay, sauvignon, pinot nero, cabernet”. Mario Fregoni. Ordinario di Viticoltura all’Università di Piacenza
“Ci sono molti vitigni che sono il frutto di incroci come le viti resistenti, ma la ricerca è molto più avanti e già ora si possono innestare i geni di un particolare carattere direttamente nel DNA della pianta e ottenere in breve tempo un nuovo individuo, con tutti i caratteri desiderati, per avere così una materia prima di straordinaria qualità che basterà trasformare nel modo più semplice in un grande vino”. Attilio Scienza. Ordinario di Viticoltura all’Università di Milano.

