Dire, fare, degustare

In attesa di scoprire se le nuance di fogna di Calcutta, buccia di salame e pesce lesso siano pregi o difetti in un vino, mi sono temporaneamente catapultato nel rassicurante mondo della degustazione dell’olio.

A parte i benefici effetti per la salute e la ritrovata regolarità intestinale, questi giorni passati con gli extravergine si sono rivelati un toccasana anche a livello psichico.
Di più, consiglio tutti i degustatori di vino alle prese con i classici stati confusionali, le improvvise perdite di memoria e gli stati d’ansia tipici di questo strano momento, indecisi se bocciare un campione per evidente stato di putrefazione o piazzarlo tra i migliori assaggi della propria vita, di provare la terapia dell’oro verde.
Sono sicuro che la cura funzionerà e che ne trarrete insospettabili benefici. Capirete che non siete voi a esservi rincretiniti tutto d’un botto ma è il vino ad essere impazzito. Quel birbone, bianco o rosso che sia, ci prende per il culo e gode nel sogghignare alle nostre spalle, burlandosi dei balbettamenti che ci impediscono di dire cose comprensibili e avere una linea credibile, non dico condivisa.
Con l’olio è tutta un’altra storia. Con lui gli assaggi sono un fatto scientifico, almeno da un punto di vista empirico. C’è una logica, una consequenzialità, un filo conduttore inequivocabile nelle legittime aspettative e nei risultati ottenuti. Ci sono dei paradigmi puntuali, inappuntabili e universalmente condivisi nei giudizi, nell’individuazioni dei difetti, delle caratteristiche di pregio e della loro scala di valore.
Chissà se il vino saprà ridisegnare il proprio Universo, mettendo di nuovo tutti d’accorso sulla grammatica da usare, individuando un range definito entro il quale è possibile collocare le legittime differenze interpretative e gli inevitabili scostamenti soggettivi. Il mio analista ci spera…

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