La complantation alla maniera del Giglio

Quando l’ultima baruffa sul vino “naturale” pareva placata e il corno letame era già riposto nel fodero, ecco una nuova frontiera dell’ultra-bio affacciarsi all’orizzonte e con essa, c’è da scommetterci, un nuovo pretesto per accapigliarsi.

Sarà quel che sarà, il fatto è che il tam tam è sempre più forte e davvero non puoi dirti al passo coi tempi e sarai tacciato di simpatie filo-industriali se non maneggi a modo la questione della complantation.

Complanta che?
Il termine, che suona come al solito fighissimo pronunciato da un francese, è in realtà una pratica vecchia come il cucco, piuttosto in voga dalle nostre parti fino all’avvento della viticoltura specializzata che ha accompagnato il boom del vino, e può forse tradursi con una parola sicuramente meno accattivante ma sincera: viticoltura promiscua.

Insomma, avete capito. Nient’altro che il modo usato dai nostri nonni (dal mio sicuramente) di allevare in un unico appezzamento di terra più varietà di uva (oddio, ad allargare lo sguardo l’attività promiscua di matrice etrusca prevedeva l’intermezzo della vite con altre colture, dal seminativo agli olivi; ma questa è un’altra faccenda), in modo da avere il blend desiderato già in vigna. Dalle mie parti ecco allora la trilogia trebbiano, grechetto e malvasia, mentre in Chianti, per dire, i grappoli neri col sangiovese in testa finivano tête-à-tête con quelli bianchi.  Senza tanti complimenti.
Come sempre accade quando si supera una pratica e si progredisce in una direzione, non possono mancare i nostalgici del bel tempo andato e anche la complantation (o come cavolo vogliamo chiamarla) sta tornando di moda (alla faccia dell’editto di purezza del sangiovese di cui si è tanto parlato a Montalcino).
In Francia il dibattito è più che aperto e vede tra i grandi protagonisti un autentico mito alsaziano come Jean-Michel Deiss. Il suo modo radicale e puro di intendere il vino lo ha portato all’esasperazione del concetto di vigna, fino al rifiuto stesso dell’idea di appezzamento monovarietale e agli esperimenti di veri e propri blend naturali all’origine. Con diverse tipologie di uve allevate, raccolte e vinificate insieme. La complantation, appunto.
E in Italia? Il vecchio-nuovo metodo trova adepti anche qui, ovviamente. Tra i casi più suggestivi e degni di nota (mi viene in mente perché l’ho appena assaggiato) c’è sicuramente quello di Francesco Carfagna* all’isola del Giglio (a Schettino piacendo).
Oltre al gustoso Ansonaco, un bianco originalissimo che va provato, il nostro produce un rosso altrettanto spiazzante di nome Saverio. Leggendo la scheda tecnica si scopre che viene prodotto in circa 4 ettari di vigna completamente terrazzati (che spettacolo!), caratterizzati da terreni sabbiosi e acidi, ricchi di microelementi e con qualcosa come 8.500 ceppi su ognuno di essi. L’allevamento ad alberello basso e guyot è totalmente naturale così come la vinificazione delle uve che compongono il blend.
Quali uve? Leggo e trascrivo: canaioli, sangiovesi, ciliegioli, grenaci, aleatici, uve di Spagna,  mammolo, corinto nero, nero calabrese, trebbiano nero, malvasie, pizzutello, moscatellini, moscatelloni (bianchi e neri), biancone giallo, empolo grecanico, procanico etc.
A parte che quell’eccetera, dopo cotanta sfilza di nomi, desta più di una curiosità, non vi pare che al cospetto Deiss faccia la figura di industralotto qualunque?

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