Proclamo la 2010 "annata europea" del vino

Diciamo la verità: se non fosse per la moneta che ha mandato in pensione la lira e i passaggi velocizzati alle frontiere, avremmo una certa difficoltà a pensarci dentro la cosiddetta Europa Unita.

Perlomeno quella che mi promettevano da bambino, non così lontana nella mia immaginazione da una vera federazione di stati modello Usa. Un posto colmo di scambi e possibilità dove io e il mio omologo parigino ci saremmo abbracciati riconoscendoci come cittadini della stessa macro-nazione.
Tra le tante ragioni che hanno impedito finora la realizzazione di questo scenario, sono convinto che ce ne siano alcune prettamente bevitorie: come sentirsi fratelli, del resto, se una stessa vendemmia è da ricordare in Wachau e da dimenticare in Portogallo? E come può la gente di Dublino vivere empaticamente le angosce della Pro-Loco di Bernkastel se da loro la Guinness viene sempre e comunque come si deve? Ancora, quante strade un italo-ispanico dovrà percorrere prima di riuscire ad incarnare la stessa convinzione con cui un vignerons di Gevrey ti guarda e ti dice: “2002, année exceptionnelle, longue garde, 2003, mon grand-père dit que la mytique ’47 était comme ça, 2004, oh, millésime très classique, bourguignon, ma femme l’aime beaucoup?

Insomma, per fare l’Europa c’è bisogno anche di una grande annata europea. Da quando il mio rapporto col vino è andato oltre lo scolamento di sfusi in taniche da 5 litri (e quindi da un paio di mesi), non c’era ancora stata una vendemmia che mettesse davvero d’accordo contadini e aziende dell’intero Vecchio Continente. Bisogna andare indietro agli anni che hanno preceduto l’apertura delle frontiere per recuperare qualche millesimo celebrato trasversalmente da Battipaglia a Dusseldorf: 1990, in parte 1985 e 1982 (ma il primo non è così grande a Bordeaux e il secondo non è al top in Borgogna), 1978 e poi sempre più lontano, verso ere troppo poco “collettive” per dare consistenza al ragionamento.
Dopo il 1992 del Mercato Unito, invece, un ventennio di grande variabilità e di annate che giocano partite profondamente diverse a seconda dei territori: in Italia ci si trova spesso in sintonia evocando il carisma di 1999 e 2001 (la bolla dei ’97 è scoppiata presto), la grandeur d’oltralpe è tutta concentrata nella straordinaria 2005, il feticcio per gli amanti dei riesling tedeschi senza botrite è la 2007 o la 1994. Ma ecco che, assaggio dopo assaggio, en primeur dopo en primeur, sembra finalmente affacciarsi sulla scena una vendemmia potenzialmente in grado di accogliere sotto lo stesso titolo temporale tutto il meglio, o quasi, che l’Europa del vino può offrire.
Un po’ di bottiglie sono già uscite, bianchi soprattutto, per le denominazioni  e le riserve più importanti il quadro sarà completato nell’arco di 4-5 anni, ma il valore della 2010 ritorna costantemente nei discorsi e nelle prospettive di vignaioli spesso distanti centinaia di chilometri. Non solo come “bella annata” tout court, ma come vendemmia ideale per raccontare ai massimi livelli il legame tra uomo e territorio alla luce di una sensibilità espressiva che sempre di più sembra premiare in questa fase il nerbo, il sapore, la tessitura, la dotazione per viaggiare nel tempo.
Giocando con le basi da chardonnay e pinot nero tra il Kent, l’East e West Sussex, non ci vuole molto ad intuire che la 2010 sarà annata chiave nell’incredibile processo di crescita dei metodo classico inglesi. Del resto le stesse marne calcaree, dall’altra parte della Manica, hanno già detto chiaramente che saranno tanti, e buoni, gli Champagne millesimati.
Ma è la Francia nel suo complesso ad esaltare e ad esaltarsi con l’arrivo della 2010: per certi versi non si poteva immaginare una stagione migliore per piazzare l’ennesima accoppiata perfetta per buyer, appassionati e future retrospettive-duello all’ultima bottiglia. Perché ora che i supermediatici 2009 sono più o meno tutti liquidati, ci si può lanciare nel dire che i 2010 sono ancora meglio: di uguale statura e potenziale di longevità, ma più freschi, meno alcolici, più terroir oriented, in definitiva più completi. E come negarlo se solo pensiamo ai bianchi, terreno su cui è quasi dappertutto impietoso il confronto a favore dell’annata più recente, dall’intera Loira all’Alsazia, da Calce a Savoia e Jura.
Quanto alle aree “regine”, in Borgogna la 2010 è uno di quei millesimi, non così frequenti, che passeranno alla storia sia per i bianchi che per i rossi. Allo stesso modo a Bordeaux si fanno meno distinguo del solito nel tracciare la mappa delle migliori riuscite, reperibili indifferentemente tra riva destra e sinistra, bianchi secchi e muffati. Non è da meno il Rodano che tiene insieme sotto la medesima bandiera della vendemmia a 5 stelle nord e sud, syrah e grenache, viognier e roussanne-marsanne.
Troppi sono gli esempi che ci vengono in mente per disegnare questo paese dei balocchi che frustrerà come non mai il nostro limitato portafogli, ma se dobbiamo fare qualche nome secco per spiegare la meraviglia dei 2010 non abbiamo dubbi: i Cote-Rotie di Jamet, spettacolo allo stato liquido, i grand cru di David Duband, la florealità al potere, i riesling di Albert Boxler, l’Alsazia più tedesca della storia.
A proposito dell’altro grande paese fondatore e attuale azionista di maggioranza dell’Europa finanziaria, anche qui si leggono i segni della contemporanea alleanza modello Sarkozy-Merkel. Dal Reno alla Mosella, dalla Nahe alle Pfalz, i riesling 2010 sembrano mettere tutti d’accordo trasversalmente, riservando autentici gioielli sui trocken come sui dolci, tra kabinett e spatlese ma anche sui tba e addirittura gli eiswein. Sembra poi, ma qui non sono notizie di prima mano, che perfino i pinot nero siano particolarmente riusciti in Germania nel 2010; così come ci fidiamo leggendo i report altrettanto entusiastici che arrivano da Austria e Penisola Iberica.
Quanto a noi, conviene cominciare a mettere i soldi da parte per i nebbiolo (Barolo, Barbaresco o Alto Piemonte, non importa): voci più che autorevoli e affidabili parlano di una sorta di Monfortino “definitivo”, tanto per cominciare. Io mi accontenterei già di mettere le mani su qualche bottiglia del futuro Vigna Rionda ’10 di Massolino, trasfigurazione tannica, e nel frattempo non devo grazie a dio aspettare per l’Erbaluce di Camillo Favaro, il Grignolino di Oreste Buzio, il Timorasso di Mariotto, una lunga serie di dolcetto e barbera come piacciono a me: croccanti, golose ma altamente bevibili.
Ancora rifornimenti copiosi passando per Dolceacqua e Sorbara, Valtellina e Soave, Valle Isarco e Montefalco, mentre a Matelica e Jesi aspetto impaziente il secondo tempo delle selezioni e delle riserve, dopo tanti bei Verdicchio “annata”. A prescindere da stelle e stellette da consorzio, anche in Toscana la 2010 pare offrire parecchia trippa per gatti. Dico miao pensando ai Chianti Classico assaggiati finora, faccio le fusa se rivado con la mente, per esempio, ai Rosso di Montalcino de Le Ragnaie e di Fattoi: se il buongiorno si vede dal mattino, vale la pena attendere il 2014 che il disciplinare fissa per i primi Brunello con fascetta. Non mancherà da bere, per intanto, grazie alla lauta scorta di Vernaccia Zeta ’10 di Mattia Barzaghi, di Campo del Guardiano ’10 di Palazzone e a quella che delegherò all’amico zozzone per qualche Cesanese che se piace a lui, piacerà sicuramente anche a me.
Penso di aver ripetuto ogni oltre limite di sopportazione quanto siano scattanti, salati e prospettici un po’ tutti i bianchi campani: le più soddisfacenti falanghine di sempre, la speciale combinazione di terra e mare dei Ravello-Tramonti-Furore, il commovente Tresinus di San Giovanni, una fiumana di Greco e Fiano irpini da togliere il fiato (e altri devono ancora uscire). Non credo di aver mai assaggiato un rosso campano tanto energico e dissetante, lucido e fitto come il Sabbie ’10 di Nanni Copè, né un futuro Taurasi così poco aglianico e così tanto pinot nero come quello di Sabino Pietracupa. Proprio Taurasi è una di quelle poche denominazioni che difficilmente legherà a questa 2010 ricordi a 5 stelle, eppure da Antico Castello e Luigi Tecce c’è un’altra prova di quel che di buono si poteva comunque tirar fuori.
Alla fine, insomma, due sono le possibilità: o Taurasi non è ancora entrata in Europa o l’annata perfetta perfetta non esiste. Ciononostante qualche eccezione qua e là non scalfisce la mia convinzione che questa 2010 sia la migliore approssimazione possibile del concetto. Del resto che Europa sarebbe senza qualche incidente di percorso, senza fatica e senza qualche doc-membro da sostenere, nel più puro spirito dei padri fondatori?

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