Risponde Pinchiorri | I tormenti dell'enologo di grido

Cari amici ma soprattutto amiche di Tipicamente, con questo post inauguriamo una nuova rubrica. Si chiama Risponde Pinchiorri ed è il nostro omaggio alla tradizione italica dello scambio epistolare tra lettori e firme d’eccezione di stampa e periodici.

Nel nostro piccolo vorremmo che in questo spazio rivivessero in salsa vinosa le atmosfere di Risposte Private, la rubrica curata per tanti anni da Susanna Agnelli sul settimanale Oggi, nella quale la senatrice offriva consigli e punti di vista a chi le scriveva per condividere dubbi, interrogativi, dilemmi esistenziali. O forse avevamo in mente la Posta dell’Amore di Cioè? Lo scoprirete solo vivendo.

Ci teniamo subito a chiarire che il titolare di questa pagina (nella foto in alto) non ha nessun legame col mitico Giorgio, il tristellato fiorentino con la cantina più invidiata d’Italia. Pinchiorri, infatti, è solo il nome di battesimo del nostro dottor Tricoloppi, maitre à penser dal sangue blu, collezionista di lungo corso ma soprattutto enopsicologo di fama mondiale che ha scelto Tipicamente per dispensare le sue perle di saggezza. Potete sottoporgli tutte le vostre storie, domande, riflessioni, scrivendo a rispondepinchiorri@libero.it

Ringraziamo di cuore il professore per l’onore che ci sta riservando e vi lasciamo alla prima lettera pervenuta in redazione. Buona lettura!

Egregio Pinchiorri,
mi rivolgo a lei nella speranza di una parola di conforto in questo momento per me assai difficile. Come sa, io sono, o forse dovrei dire ero, un enologo consulente piuttosto gettonato, uno di quelli che ha contribuito in maniera decisiva al rinascimento vinicolo del nostro bel paese nell’ultimo quarto di secolo.

Non serve ricordarle quali schifezze si bevevano trent’anni fa e come sono riuscito, non da solo per carità, ad aprire spazi impensabili per i vini italiani sui mercati e sui media. Così come non devo certo fare l’elenco di quante e quali aziende nazionali si sono costruite un presente e un fatturato con i miei servigi. Ora, va bene che è nella natura dell’uomo l’ingratitudine, ma come si fa a dire che la mia ricetta improvvisamente non va più bene?

Dicono: vogliamo il territorio. Proprio a me che ne ho inventati decine e decine praticamente da zero? Dicono: la tipicità. Però quando venivano da me e facevano collezione di premi coi miei tagli creativi andava tutto bene… Dicono: l’autoctono. E già si sono scordati di quando la cisternina del merlot giusto faceva sembrare un signore il più buzzurro dei vitigni dimenticati. E poi, diamine, non va bene nemmeno ora che l’aiutino me lo faccio dare dal montepulciano?

Dicono: la botte grande. E che gli racconto adesso ai miei amici di Allier e Tronçais? Dicono: la naturalezza espressiva. Ma che cazzo significa? E dicono addirittura che le bottiglie realmente in commercio sono meglio dei campioni che preparo tutti gli anni e mando direttamente per i tour de force guidaioli. Dicono: Stiner, Stainer, o come diavolo si scrive, e pretendono che mi inventi dalla sera alla mattina il diserbo biodinamico.


Caro Pinchiorri, mi sento tanto come il povero Luciano Moggi, un benemerito che tutti cercavano e che ora si vuol far passare come un delinquente. Lo conosciamo il meccanismo tutto italiota della rimozione giustizialista e forcaiola, ma mi dica lei se per uno come me è già arrivato il momento di andarsi a riposare su un’isola deserta: non ho ancora raggiunto la quota dei tremila premi e del decimo milione di euro, per la miseria. Che devo fare?

Lettera Firmata

Risponde Pinchiorri:

Caro amico,
con una lettera hai infranto le prime due regole della mia rubrica.
Prima regola: non si dice cazzo in Risponde Pinchiorri. Seconda regola: non si dice mai cazzo in Risponde Pinchiorri.

Andando oltre le semplici regole di bon ton che il mio rango richiede: ho riflettuto molto sui quesiti che mi poni, giusto il tempo di spolverare i miei rarissimi e costosissimi Chateau bordolesi di inizio ‘900 (perfettamente conservati ad umidità del 78,35 % e temperatura di 12,001 °C tutto l’anno). Beh, allora di questi problemi non ve ne erano: la comunicazione era ridotta ai minimi termini grazie alle guerre e ai regimi (mai troppo rimpianti), e le mode ancora non imperversavano nel fatato mondo vinoso.

Oggi, tra blogger e giornalisti veri o presunti, è un continuo rincorrersi alla ricerca della novità che salverà il mondo, attraverso percorsi a ritroso, o presunti tali, per carpire l’essenza del vino e la sua particella primordiale.

Altri enologi e/o consulenti prima di te mi hanno sottoposto quesiti simili e, dopo una travagliata notte passata a meditare di fronte ad un Calvados affinato nelle regie cantine di Versailles da Re Sole (un buontempone mica da ridere), sono giunto ad una conclusione: la parola d’ordine è “Faccia di bronzo”.
Hai letto bene, devi saper mentire sapendo di mentire, a seconda delle situazioni e delle persone, restando però intimamente fedele a te stesso.

Basta col cambiamento al minimo spiffero di novità, basta con l’ adeguarsi al mercato e alle nouvelle vague dettate da perfetti sconosciuti e ignoranti in materia, con l’unico risultato di essere sempre un passo indietro rispetto a chi la moda la cavalca da tempo oppure l’ha creata.

Riscopri l’immobilismo mascherato da progresso, dovrai essere allo stesso tempo empirista, possibilista e vinoverista. E milanista.

Difficile? Non direi. Hai un sangiovese nero come la pece o un aglianico che puzza di peperone lontano un miglio? Facile: “Nuovi cloni, anzi vecchissimi cloni presi da una vigna a piede franco abbandonata in un bosco qui vicino da un barbaro unno”.

E la puzza di catrame e copertone bruciato non è tipica? “Lo sa che l’Anas chiede spesso il mio torchiato per tappare le buche della rete stradale? L’odore deriva dal giacimento di catrame minerale sotto il mio cru più importante, il Clos Pirellì”.

Hai il rotomaceratore con la modifica Malossi? E il curioso di turno non sa che tu dinamizzi il preparato 500 con quello?

Hai in cantina una intera foresta di querce disboscata in listarelle di piccolo taglio? “Le barrique? Le tengo da parte per farci le fioriere, sono tanto belline. Il vino lo affino in cisterne di acciaio fabbricate nei cantieri navali di La Spezia. Desidera spaccarci su una bottiglia di Prosecco Sur Lie per il varo?”.

Ovviamente questo per i più curiosi, oserei dire rompipalle ma non lo dico. Vedrai che ai loro occhi cambierai, i vini da te taroccati cambieranno. Potrai allora esagerare dicendo che hai in progetto di affinare i vini in cisterne romane anziché in anfore e che in fin dei conti tuo zio da parte di madre faceva Steiner di cognome.

In realtà continuerai a produrre vini da vigne dove fino a 3 anni prima regnavano i cavolfiori, continuerai a voler affinare anche l’acqua nelle barrique e cercherai di montare anche la marmitta sul rotomaceratore.

E il merlot? Sarà sempre il tuo fido alleato. I nostalgici del tannino gallico continueranno ad adorarti, malgrado non riescano più a dirlo per via dell’astringenza che attanaglia irrimediabilmente le loro bocche (in queste lidi ce n’è uno di sicuro), mentre tutto il resto del mondo della critica accoglierà con favore la tua lungimiranza e la tua svolta naturale di esaltazione territoriale.

In realtà lo saprai solo tu di non aver cambiato un c… niente.

Con stima

Pinchiorri Tricoloppi

rispondepinchiorri@libero.it

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