31 Marzo. Il giorno in cui diventai grande

Non so voi, ma il mio 31 marzo non è una data come tutte le altre. Per me è il giorno in cui sono entrato ufficialmente nell’età adulta: una ventina di anni fa, precisamente alle ore 17, 39 minuti e 28 secondi, l’attimo esatto nel quale il mio cuore si è per la prima volta frantumato in miliardi di pezzi come un bicchiere Iso, spiegandomi senza tanti giri di parole che l’epoca del subbuteo e delle figurine panini, di babbo natale e della pipì a letto era definitivamente conclusa.

Prego Carlo Sassi di far partire la moviola, dove si vede nitidamente il frame in questione, quello in cui lei finisce di pronunciare la più inossidabile delle frasi killer: <<io ti voglio bene, ma sono confusa e non voglio perderti come amico>>. Crack. Riguardiamola da un’altra angolazione. E’ crack, non ci sono proprio dubbi.

Aspettate prima di dire che mi potete capire.

Innanzitutto, a quanti di voi è capitato di essere “amicizzati” durante la gita scolastica? E se pure vi è successo, di sicuro non eravate alla Selva di Paliano (FR), nel bel mezzo di quella che poteva e doveva essere la più incredibile chance offerta dalla pubblica istruzione ad un quindicenne completamente cotto, e non certo a bassa temperatura, per la sua compagna di classe.

Mai come in quel quadrimestre la sveglia mattutina mi aveva trovato così fresco e pimpante, mai il passo è stato tanto svelto per arrivare davanti ai cancelli dell’Imbriani quando nemmeno i bidelli avevano ancora ripreso conoscenza. Io la aspettavo contando i secondi come oggi farei con una verticale di Romanée Conti, la contemplavo come si contempla la carta di Pinchiorri. E in un’era senza telefonini e sms provavo a colmare i 30 chilometri che dividevano le nostre case con una miriade di haiku vocali sparsi tra il cambio dell’ora, la ricreazione e la campanella finale, il suono più triste della giornata.

Tre mesi di camminate sopra il cielo, non ancora affollato dagli emuli mocciani, e di improvvise discese senza paracadute, tre mesi col battito cardiaco che nemmeno in cima al Mortirolo. Tre mesi di vivisezioni analitiche della combriccola concluse con diagnosi di irrecuperabilità motivata dai tre sintomi infallibili: 1) rinnovo totale del guardaroba; 2) pettinatura alla Brandon di Beverly Hills (non ridete, c’è stato un momento in cui c’era qualcosa da pettinare); 3) diserzione della partita al Campo Coni nei giorni di assemblea, sostituita con giro di negozi e trasporto buste per Corso Vittorio Emanuele.

Tre mesi di paure e speranze, piccole tenerezze e grandi promesse, un passo avanti e tre indietro. E lì ad invocare quella gita e soprattutto quel programma, che sembrava fatto apposta per suggellare la più grande storia d’amore dell’universo, ché Paolo e Francesca in confronto erano dilettanti.
La mattina a Tivoli a visitare Villa Adriana e pranzo a sacco con pomeriggio libero alla Selva di Paliano. Ancora oggi non riesco a spiegarmi come fosse venuto in mente al corpo docente una sezione di gita con quasi quattro ore senza sorveglianza in un parco da millemila ettari con infiniti prati, cespugli e boschi. Voglio pensare che la nostra sia stata la prima e ultima escursione scolastica del genere, da figlio di insegnanti non oso nemmeno immaginare che cosa significherebbe ripetere l’esperimento con i quindicenni di oggi, a meno che non si consideri necessaria esperienza formativa il coma etilico, i ripetuti omaggi a Giamaica e Colombia, l’esibizione amatoria su web e qualche gravidanza inattesa.

Ora, io appartengo ad una generazione decisamente meno precoce, ma andavo incontro a quel pomeriggio non certo con atteggiamento zen: per la prima volta saremmo stati veramente da soli nel cuore di una primavera ubiqua, tra fragranze di fiori e piante che non ho ancora smesso di saccheggiare nelle mie schede, e un cinguettio ininterrotto a fare da colonna sonora. Non c’era praticamente nessun altro posto al mondo che potesse essere così complice nel mio desiderio di trasformare il non detto nella formula ufficiale avellinese del “ci simmo apparati” (appararsi: mettersi insieme ammettendolo davanti alla comunità scolastica – ndt).

Conoscete già la risposta alla domanda partorita nell’ora X, non sapete però come il destino, o chi per lui, aveva deciso di continuare a divertirsi. Della prima mezz’ora successiva non ricordo assolutamente nulla ed è stato possibile ricostruirla solo grazie alle testimonianze di Leonardo e della buonanima di Valter. I miei compagni di banco vennero a recuperarmi vicino ad un laghetto, mentre provavo a sfogarmi con un’anatra e il mio volto bianco come un verdicchio degli anni ’80 diceva che ero invecchiato di un ventennio in pochi minuti. Trascinato a spalla come uno estratto miracolosamente da un cumulo di macerie, riuscirono a riportarmi sull’autobus che doveva condurci tutti a casa.

Da qui cominciano a riaffiorare ricordi diretti delle risatine di compagni e professori, della serie: ma dove vi siete nascosti tutto questo tempo? È stata piacevole la passeggiatina? Ih ih. Ih ih stocazzo, se permettete.
Per quanto il mio aspetto fosse più simile a quello di un panno swiffer usato e strausato, non si sa come fino a quel punto riuscivo ancora a conservare un briciolo di dignità. Puro istinto di sopravvivenza assecondato dall’illusione di poter mascherare una sconfitta, là dove il tabellone luminoso sta annunciando al mondo che hai perso 17 pappine a zero. Ma non avevo fatto i conti con l’essere più diabolico mai comparso su questa terra, la persona verso la quale ho riservato il mio odio più feroce, almeno fino all’arbitro Moreno. L’autista.

Già, perché quel simpatico titolare di patente D che cosa pensa bene di fare? Preme un tasto che fa aprire degli schermi nascosti, schiaccia play e fa partire un film. Vabbè, penso tra me e me, magari mi distraggo per due ore e non penso a quale metodo utilizzerò per porre fine alle mie sofferenze. Sarà una bella pellicola divertente, no? Totò e i fuorilegge o Mamma ho perso l’aereo, per esempio. E invece, uhm, che cos’è ‘sta musica, end ooo, uhm, iooo, ehm, uillolueis, coff, laviuuuuuu, sigh. Cioè, quello mette The Bodyguard con Kevin Costner e Withney Houston, vi rendete conto? A parte il fatto che si trattava chiaramente di un film da bollino giallo e lì i miei genitori non c’erano, sono convinto che il conducente di questa beneamato si sia fatto tutto il viaggio guardando nello specchietto retrovisore per godersi la mia mascella sempre più incartapecorita, alla faccia della sicurezza stradale.

Dovevo decidere se andare lì a prua per liberare tutta la mia violenza sul suo riportone alla Franco Strippoli o se arrendermi al buio definitivo. I latrati che periodicamente facevano girare mezzo pullman nella mia direzione spiegano rapidamente quale opzione prevalse. Non latrati qualunque, ma perfettamente intonati al Re maggiore con cui esplode l’ultimo refrain nella scena finale dove Rachel-Whitney scende dall’aereo e corre incontro a Frank-Kevin cancellando con un bacio di 38 minuti l’addio che nessuno dei due vuole.

La notte successiva la passai semplicemente ululando, toccando con mano quanto può essere invincibile l’amore fraterno, poiché ancora condividevo la stanza con Emiliano che non disse mezza parola di protesta, complice di un’insonnia che sarebbe durata per settimane. Del resto non potevo cambiare classe né sistema solare e lo stillicidio avrebbe avute troppe armi a favore. Nel day after, tanto per cominciare, quando una mia compagna mi prese da parte per dirmi: <<guarda che lei ci ha ripensato e vuole rimettersi con te>>. E subito dopo, trionfante: <<c’avevi creduto? Pesce d’aprile, pesce d’aprile!>>. Se ho sempre tifato per Will il Coyote nella sua rincorsa allo struzzo Bip Bip è anche perché so che effetto fa una serie di incudini piovute dal cielo dritte dritte sulla capoccia.

Poi, una mattina qualunque il cielo mi annunciava che la notte era finita e che c’erano troppe cose belle là fuori da vivere. Ed è stato così ogni volta che il dispiacere è salito sul palco, perché si rinasce poco alla volta ma anche all’improvviso, come un quadro rimasto per anni attaccato a un muro decide di cadere proprio in quell’istante lì, e in nessun altro, Novecento insegna.

Oggi ripenso a quei giorni e a quel quindicenne con enorme tenerezza e perfino con una bella dose di gratitudine. Perché quando ti si spezza il cuore è anche il momento in cui capisci che un cuore ce l’hai, che sei vivo e che la tua esistenza ha un senso profondo. Perché non si può conoscere veramente la felicità se non hai vissuto la tristezza, come non puoi apprezzare un grande vino se non hai ravanato tra le ciofeche, e viceversa. Perché, molto banalmente, non ci si rialza senza cadere, non c’è comprensione della luce se non ci si immerge nell’eclisse, non si fanno passi avanti senza finire mai nelle sabbie mobili.

Ogni volta che arriva il 31 marzo non posso fare a meno di rivivere tutte le occasioni in cui mi è sembrato di toccare il fondo, maledette sul momento eppure decisive per crescere e risistemare le gerarchie tra cose importanti e fesserie. Litigi, delusioni, abbandoni, distacchi, perdite, bocciature, malattie, tradimenti, rifiuti, tutto ciò che è stato duro da mandare e far mandare giù ma che era in qualche modo necessario per provare ad essere delle persone migliori.

E tra i rivoli più leggeri di questo annuale flusso di coscienza, rivado con la mente anche a tutti quei vini che mi hanno regalato un momento di piccola sofferenza, ma che allo stesso tempo mi hanno aiutato a capire qualcosa di più su di me.

Quelli che ho aspettato come si attende la persona amata e sono venuti a mancare all’appuntamento per colpa del tappo, di una bottiglia troppo viaggiata, di un’ossidazione imprevista, semplicemente della giornata storta. Come il Winston Churchill ’96 di Pol Roger, Salon '88, il Falletto Ris. ’96 di Giacosa, il Brunello di Montalcino Ris. ’67 di Biondi Santi, l’Haut Brion ’01,il La Tache ’89.

Quelli che si sono persi nelle nebbie perché ero troppo stanco o troppo ubriaco per ricordarmeli. Come il Musigny ’99 di De Vogue, il Monprivato ’71 di Giuseppe Mascarello o la Cuvée de Celestins ’95 di Bonneau.

Quelli che mi hanno stregato con una tempesta di emozioni di fatto irripetibili perché introvabili o inavvicinabili nel costo. Come il La Tache ’91, il Rausch Auslese ’71 di Zilliken, il Taurasi ’34 di Mastroberardino o il Trebbiano ’77 di Valentini.

Quelli che avrei fatto meglio a non inseguire per un bis non all’altezza del ricordo e della prima volta. Come il Lamaione ’00 di Frescobaldi, l’Harmonium ’99 di Firriato, il Vigna delle Oche ’01 di San Lorenzo.

Quelli che mi hanno regalato brividi in ciascuna delle tante volte che ho avuto la fortuna di incontrarli, quelli che sono sempre la creatura incantevole che i tuoi occhi hanno fotografato la prima volta, uno sguardo che nemmeno l’abitudine e la quotidianità possono sconfiggere. Come il Greco ’06 di Sabino, il Fiano ’92 di Raffaele, il Taurasi ’05 di Perillo, una qualsiasi cosa col nome Dauvissat.

Quelli che mi hanno consolato, rappacificato, cullato quando serviva una parola buona, un’iniezione di bellezza, calore umano. Ologrammi in un bicchiere delle persone che erano lì a versarne un altro e ad ascoltare, e che vanno ad occupare davvero lo stesso spazio nell’anima, a prescindere che si chiamino Montrachet ’06 di Ramonet, Ariento ’06 di Massavecchia o Morgon ’09 di Lapierre.

E a questo punto sono curioso di sapere se c’è il vostro 31 marzo e quali vini vi faranno sempre compagnia in giorni come quelli.

Foto 1: ballerina89.wordpress.com

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