Le vecchia Manhattan, la nuova Vernaccia e gli chenin

Non c’è modo migliore per addolcire il distacco da Manhattan che piombare subito in un’altra “Manhattan”. Quella del Medioevo, ovviamente: San Gimignano e le sue torri, a loro modo imperiose e non meno suggestive dei building americani (almeno a sentire gli americani stessi).

Anteprima della Vernaccia dunque, e come al solito pienone in Sala Dante per l’azzeccata iniziativa di aggiungere un posto a tavola, felici di veder dialogare i vini del territorio con quelli di un’altra grande zona bianchista del pianeta.
La notizia è che il brutto anatroccolo sta diventando cigno. Non che i segnali non ci fossero, ma i timidi sussulti di qualche anno fa si stanno trasformando in veri e prori moti e le farneticazioni di pochi sciagurati visionari vanno diventando opinione condivisa. Pare impossibile, ma pian piano più che per gli Chablis o gli Hermitage di turno, l’appuntamento è atteso per la Vernaccia. O quantomeno l’approccio a quest’altima è più serio e rispettoso, tanto che il lotto dei vini buoni o eccellenti che escono dalla degustazione non fa più scalpore. Sta a vedere che tocca trovargli un posto importante nell’Universo dei bianchi Italiani. Tra quelli da invecchiamento, per giunta; con una propria, originale, nitida fisionomia e aderenza territoriale. Roba da matti.

Ma questo è approfondimento troppo serio per affrontarlo alla leggera. Dunque il tema finisce qui, con la postilla finale e il rimando ai vini del 2011, in gran parte capaci di ribaltare le personali previsioni del babbeo che sta dietro queste righe e consegnando invece dei bianchi da tenere sott’occhio: maturi senza eccessi, di buona complessità e soprattutto saporiti, anzi salini, dotati di una splendida spalla e di una dimensione orizzonatale che poi è una delle principali chiavi per leggere la tipologia. Punto.
L’ospite di turno. E’ toccato allo chenin, o meglio agli chenin, raccontati con autorevolezza e classe da Ernesto Gentili dell’Espresso. Loira dunque, giusto per mettere un cappello, in verità piuttosto grande, a tanti territori e denominazioni. Non sempre contigui per caratteristiche e vocazione. A voi la possibilità di approfondire la faccenda, a me la voglia di raccontare due vini più di tutti. Lontani, per quanto vale, nel mio personalissimo indice di gradimento.
Da una parte la chiarissima, raffinata, magica e accecante mineralità del Vouvray Sec Le Mont ’10 di Huet, salivifero (!) nell’acidità che, come il gelato di quella canzone, sembra proprio dolce e un po’ salata. Vabbè, sono di parte. Trattasi di uno dei miei Domaine di riferimento da quelle parti, non rinuncio ad averne una bella scorta in cantina e resisto a fatica ad ordinarne due bottiglie alla volta se lo trovo in carta al ristorante. Che vino magnifico!
Dall’altra, ahimè, il “mitico” Savennières La Coulée de Serrant di Nicolas Joly, millesimo ’08. Confesso (magari dipenderà da me, ci mancherebbe) di comprendere sempre meno questo vino. E comunque di far fatica a berne un bicchiere. Mi pare stanco e decadente fin da giovane, curioso nel tratto aromatico ossidat(iv)o, molle e sfilacciato in bocca, chiuso per giunta da un tono amaro disarmonico (lontano dalle straordinarie versioni del passato). Boh? Io non ci arrivo. Ma magari è il fuso orario…

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