E fu il calore di un momento…

Dico la verità, non è che ultimamente sia stato così ben predisposto verso il vino. Non tanto quello dentro la bottiglia (magari, ci avrei guadagnato in salute!) ma il contorno di questo pazzo mondo:

la chiacchiera che sconfina nel gossip se non nella calunnia, la polemica che diventa insulto, lo schema del rispetto reciproco e della normale divisione dei ruoli che salta completamente, mandando a farsi benedire la comune convivenza, autorizzando tutto e il contrario di tutto e rendendo “normali” le continue invasioni di campo. Vabbè, problema mio, senza dubbio, e stato d’animo poco adatto a visite in cantina ed eventi eno-mondani di ogni genere.
La quarantena è durata fino a qualche giorno fa quando mi sono ritrovato ad una cena organizzata da Filippo Antonelli: luogo e persone ideali per ricominciare a frequentare l’ambiente dal verso giusto e serata che si è rivelata, come immaginavo, piacevolissima.

Concedetemelo: Filippo è uno dei personaggi più affabili, colti e piacevoli dell’eno-mondo, pacato ma autentico, elegante ma verace, a sua agio coi libri e le carte che testimoniano la longevità della sua azienda e le radici della viticoltura della zona quanto in questioni agronomiche, tecniche o degustative.
Un vignaiolo nel senso più alto del termine, immerso nel proprio mondo senza esserne risucchiato, incapace di una parola di troppo, un commento fuori posto o una considerazione anche lontanamente inopportuna o potenzialmente fraintendibile.
Un vero signore del vino, che non a caso produce alcune delle bottiglie più coinvolgenti, delicate ed eleganti di una zona non facile come Montefalco, a partire da varietà che vanno lette, interpretate, e vini che hanno bisogno di essere ascoltati, magari riletti e non solo depennati. Che non saranno i migliori del mondo ma, credo, neanche i peggiori. Che hanno le loro particolarità e le proprie, inevitabili, chiavi di lettura. Fine, a ognuno la sua libera indagine.
Torno volentieri alla mia serata, alla bella cantina circondata dalle vigne (bio) di San Marco, alla nuova cucina, calda e accogliente, e al grande tavolo ricavato coi legni dei boschi della zona. Al calore umano che, nonostante tutto, il vino sa ancora evocare, se preso nel verso giusto. Ad uno splendido Trebbiano Spoletino 2010, saporito, succoso, acido e minerale, che chiede solo un po’ di bottiglia ma che scalpita come un purosangue (nettamente superiore alla versione precedente che al suo fianco appare un filo seduta, appannata, già ricca di profumi caldi e rotondità).

Ad un Rosso Riserva 1999 che andrebbe servito alla cieca, magari vicino a qualche presunto super – qualcosa di regioni considerate più fighe, o a qualche Sagrantino di fine anni ’90 (da servire alla stessa maniera accanto a vini considerati più fighi).
Ma soprattutto torno volentieri alla serata nel suo insieme, alla voglia di condividere più che di dividere, di capire più che di pontificare, di godere di piaceri apparentemente semplici e in realtà straordinari. Come un bicchiere di vino buono che torna a respirare dopo più di un lustro, un goccio d’olio appena franto, il pane spezzato con le mani, lo scoppiettio del fuoco, il calore della brace e quello di un momento…

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