London Wine Academy

Il bello di vivere in una metropoli è poter soddisfare, a piacimento, ogni propria esigenza o passione, da quelle più nobili al minimo e insignificante capriccio.

Londra in questo è da primato, tanto che risuonano perfettamente attuali le parole del buon Geoffrey Chaucer, “chi è stanco di Londra è stanco della vita, questa città offre tutto quello di cui un uomo ha bisogno”. Absolutely Sir, a patto di avere il portafoglio gonfio di sterline…
Ma il vile denaro, si sa, non è tra i pensieri di un grande letterato, figuriamoci di uno inglese, e comunque la sostanza del ragionamento non cambia. Per dire, hai un’improvvisa voglia di giocare a softball ma sono le tre di mattina? Niente paura, ci sono almeno quindici partite in corso a quell’ora e non hai che da scegliere la squadra. Ti è venuto in mente che non hai ancora assaggiato la medusa fritta? Corri a China Town e cerca quella più fresca, appena arrivata da chissà dove. Vuoi leggere di nascosto la posta del tuo vicino saudita per scoprire se è meglio evitare di prendere la metro? Ci sono almeno trecento corsi di lingua nel raggio di due chilometri.
Ovviamente anche il vino entra in tutto questo bailamme di eventi e controeventi, meetup, incontri, scontri, lezioni, scambi, serate e chiacchiere a non finire. Basta sussurrare wine tasting all’amico Google per veder scatenare il finimondo.
Insomma, non è facile districarsi nella giungla metropolitana e le tante opportunità possono anche confondere, a volte. Nonostante numerosi buoni consigli e qualche amico che la sa lunga, anche stavolta non ho rinunciato a sbagliare da solo, seguendo come al solito il mio sofisticato e collaudato metodo “a casaccio”. Un arma che non mi sognerei mai di abbandonare, ideale per ritrovarsi in situazioni inattese, a volte deprimenti e altre eccitanti, veri affari e guai seri.


Le mie prime due esperienze di questo genere in città, totalmente random, sono state alla West London Wine School* e alla London Wine Academy*. Curiosa la prima, dopo una scarpinata in zone poco centrali e fuori mano per il sottoscritto (con l’aggravante di una sala degustazione underground, nel seminterrato di un magazzino); divertentissima la seconda, nella sala ristorante del Corrigan’s Mayfair, a due passi da Marble Arch e Hyde Park.
Quattro ore di abbinamento cibo- vino, questo il sunto dell’evento, dal temibile titolo “Wine and Food Matching”  che ha scavato nella mia mente fino a riportare alla luce terribili segreti, consegnati nel sonno, la notte precedente alla degustazione, da scure figure con tastevin al collo e Scheda Mercadini* in mano. Roba da darsi al Sidro!
Ma i presagi stavolta erano sbagliati. L’appuntamento, pensato intorno ad una bella tavola apparecchiata per 14 persone in tutto, è stato delizioso; i piatti buonissimi e molti dei vini scelti azzeccati, con qualche punta inaspettata e imprevista, lontana dagli schemi che vorrebbero certi palati banali e stereotipati.

Tra un’ostrica e una mousse di Foie Gras, una tartare e un pregevole tris di carni (Reggie Jhonson Corned Chicken, Summer Truffle & Young Leeks; Pegeon, Baby Gem & Bacon; Coutry Terrine & Mustrard Fruits), l’immancabile Stilton e il galletto dello Yorkshire, fino a un delizioso dessert a base di ciliegie macerate, parfait e cioccolato Valhrona, ecco una giornata animata da persone rilassate ma competenti, attente ma informali, mai prevaricanti sulla conduttrice della degustazione ma allo stesso tempo vogliose di dire la loro. Con osservazioni argute, persino pungenti verso certi vini e certa critica (di mira, in particolare, un noto giornalista USA con il nome uguale uguale a una famosa penna…), senza tuttavia sconfinare nel turpiloquio o cadere nello spiacevole loop per cui dal vino dipendono i destini dell’umanità.
Le bottiglie erano una decina, con Francia e Italia a menar le danze. Sul podio sono finiti, udite udite, il Rami Bianco 2009 di COS (piaciuto tantissimo ai miei vicini di tavolo di Edimburgo che continuavano a chiedere “what is anfora?”), Le Pench Abuse 2004 del Domaine du Pench (anche se a mio parere l’annata ha regalato qualche sensazione verde di troppo) e Faugeres 2009 di Clos Fantines (scurissimo, praticamente dark, nella veste aromatica di mirtilli, olive nere, catrame e inchiostro. Ma anche bilanciato, dinamico, lunghissimo).
Tre vini di aziende biodinamiche, tutto meno che omologati o confortanti, né tantomeno appartenenti a brand famosi. Tanto per fiutare come va il mondo al centro del mondo…

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