Un Cuba Libre per il 26 Luglio

Ci sono ancora i buchi dei proiettili sui muri della Moncada. Anche se oggi ha l’aspetto pacifico di una scuola e quei fori sono solo un ricordo (voluto), la vecchia caserma che conobbe il primo vagito della rivoluzione cubana è cambiata poco o niente dai tempi di Batista, un po’ come le auto anni ’50 che girano per le strade de l’Avana, neanche la realtà fosse uno di quei vecchi film restaurati, a cui il tempo e la tecnica hanno regalato il colore.

Quell’assalto fu sferrato il 26 Luglio 1953 (esattamente 58 anni fa) e diede il nome al movimento rivoluzionario guidato da Fidel Castro, in esilio, a cui si unirono uomini che passeranno alla storia, dal giovane Guevara a Camilo Cienfuegos.
Come suonano eroiche quelle azioni! Almeno quanto la tristezza che suscitano le stanche parate di regime, oggi, di un’isola (“un porcospino a 145 chilometri dalla costa della Florida”, per dirla alla Kruscev) che volente o nolente si trova al centro del mondo, delle ideologie buone e cattive e di milioni di contraddizioni.


Un sistema sanitario eccezionale e la mancanza di medicine, l’istruzione garantita e un solo giornale da leggere, la doppia economia del Peso Convertibile (CUC) con cui fanno la spesa i turisti nord-americani che non dovrebbero nemmeno esserci,  il boicottaggio e la libertà a singhiozzo, la burocrazia cervellotica e il quotidiano tentativo di aggirarla. Ma anche la Tarjeta de Racionamiento dello stato per comprare gli alimenti essenziali e le aragoste vendute sotto banco ai turisti, l’incredibile qualità dei sigari, le super selezioni di habanos che nessun cubano può permettersi ma che troneggiano sulla bocca dei potenti di mezzo mondo. Senza dimenticare la bellezza struggente della Sierra de Escambray popolata da cooperative agricole autogestite e ben organizzate, il lusso dell’Hotel Nacional e le case fatiscenti di Las Tunas. Milioni di contraddizioni.
Ho letto un sacco di cose su Cuba, e da turista della politica ci sono stato nel 2004. Senza la pretesa di capire niente, ovviamente, ma con la voglia di respirarla un po’. E’ l’unico viaggio della mia vita dove ho scritto un diario, giorno per giorno, appuntandomi di tutto. I piatti delle case “particular” (case private dove si può alloggiare, fare colazione e mangiare qualche piatto) e le espressioni della gente, gli incontri e il mare, le lunghe chiacchierate e i silenzi, gli artisti di strada e i balli notturni, gli autobus per turisti e quelli per i locali, sui quali non è stato facile salire.
Il paesaggio che cambia spostandosi verso sud, con le macchine che lasciano spazio agli animali come mezzo di trasporto e la vegetazione che aumenta, i banani e le canne da zucchero. La luce elettrica che se ne va e il sorriso che torna, il professore di Filosofia, Nelson, che mi ospita nella sua casa di Santiago (una città che in certi angoli pare Genova) e l’ex campione di tennis che ti accompagna dall’altra parte della montagna, e con cui scopri il mare caraibico che avevi visto in cartolina.
La fila ordinata per ricaricare gli accendini con una specie di ddt, la macchina che si rompe e viene aggiustata in un minuto dall’autista, con un pezzetto di ferro trovato casualmente per terra. I frigoriferi sovietici che non ce la fanno più. Il Malecon de l’Avana e l’idea dei balseros, il centro “ricco” di Camaguey, il museo di Santa Clara dove ti commuovi per forza.
La signora Niurca, il suo appartamento coloniale al n.11, calle 6 – 502 (tel. 00537.8305385) di l’Avana, che prepara colazioni super a base di caffè, frutta (piñas, l’ananas, guayaba, arance e una sorta di frittella dolce che chiama “Arepa”, fatta con farina di mais, uova, un po’ di burro (mantequilla) e vaniglia. E che ti fa cenare con carne di maiale speziatissima, yucca e un delizioso tortino di riso con i funghi. O la bellezza della Taverna Benny Moré, nella città vecchia, che ha delle sale altissime, un bancone di legno meraviglioso e una cucina di ottimo livello, dove non mancano pesci e crostacei. Milioni di contraddizioni.
Le arance dolci sbucciate per strada con dei curiosi marchingegni di legno e i chioschi di pollo fritto, i mojito alla Bodeguita del Medio che è una sosta super turistica e banale ma come fai a non farla? e le tortillas con la cipolla, il pescatore di corallo nero della spiaggia di Ancón, le jineteras della notte e il centro di Trinidad, ricchissimo di circoli culturali, gallerie d’arte e avanguardie letterarie. Milioni di contraddizioni.
La cucina creola e i volti scuri del sud, con piatti a base degli immancabili fagioli neri, la Casa della Musica, il parco Cespedes e la Semana de la cultura di Banes, un piccolo villaggio di 7 mila abitanti che invece ha una popolazione in maggioranza bianca. Milioni di contraddizioni.
La spiaggia di Morales, lì vicino, un angolo di paradiso dove ci sono solo cubani, e luoghi solo sfiorati come Cienfuegos, Las Tunas, Guarda la Vaca (spiaggia decisamente turistica), Santa Lucia (ventosissima) e Puerto Padre.
E altri che non ricordo ma dove ho bevuto sicuramente un Cuba Libre. Non con la Coca Cola ma con il locale Refresco de Cola. Non con il Bacardi (che pure ha un museo dedicato), che è l’azienda controrivoluzionaria che ha abbandonato l’isola dopo il ‘59 (ho letto migliaia di volte la querelle legale per il marchio ma ancora non c’ho capito niente), ma con l’Havana Club giovane e bianco*. Milioni di contraddizioni.
* Il quadro in testa alò post è dell’artista Alessandro Stizzet

* Il rum per il Cuba Libre deve essere necessariamente bianco mentre è da escludere quello invecchiato (dai 7 anni in avanti). La presenza della Cola e la sua tendenza zuccherina chiama infatti un prodotto secco e asciutto, mentre un rum più vecchio, dunque con un livello di dolcezza superiore e la classica sensazione di caramello, renderebbe il cocktail sbilanciato, decisamente stucchevole

Post Correlati

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.