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Hallowine

Il tempo passa alla svelta e ognuno ha i suoi piccoli tarli a ricordarlo. Qualche capello bianco (non ci lamentiamo, via, conosco un tizio senza un pelo in testa da anni, eppure è più giovane di me), la ragazzina sull’autobus che ti da del lei, e ci manca poco ti ceda il posto per farti sedere, nuovi riti e tendenze che ti paiono del tutto esotiche, e mai avresti immaginato possibili.

Per dire: sono della generazione che, se dici zucca gialla, pensa subito a un grande risotto, magari di quelli con l’amaretto (difficilissimi da fare perché rischi sempre di perdere l’equilibrio e cadere nell’eccesso di dolcezza), certo non alla cucurbitacea spolpata e illuminata con una candela.
E se qualcuno intima: “Dolcetto o scherzetto?”, mi si illumina il viso e le papille corrono con la mente dalle parti di Dogliani, e quasi assaporano quel rosso croccante e profumato, da bere in quantità, con risoluta e gioiosa scioltezza (qualche giorno fa ho riassaggiato questo, buono buono buono).
Insomma, l’avete capito, sono piuttosto allergico alla neo-moda di festeggiare Halloween nel nostro paese (ammesso che ne esista ancora uno…), dunque ho preferito creare una festa diversa, e celebrarla alla mia maniera. L’ho chiamata Hallowine.
Dopo aver cercato con cura le etichette adatte (di vini mostri ce ne sono in quantità), alla cena di compleanno di un amico ho trovato finalmente la bottiglia giusta: Chateau Latour 1960. Come saprete l’annata è stata decisamente sfigata un po’ ovunque (per i vini intendo, le persone per fortuna seguono altre logiche) e moltissime cantine hanno rinunciato a produrre le loro migliori selezioni.
Ma c’è un però. Alcune aziende, evidentemente, non si sono potute permettere il lusso di saltare l’annata, deludendo le attese del mercato e la crescente clientela dell’epoca. E sono dovute ricorrere, diciamo così, a qualche piccolo espediente.
Sta di fatto che quel Latour ’60 (pare) sia frutto di una sorta di assemblaggio di due annate, le mitiche 1959 e ’61. E infatti il vino era semplicemente straordinario, a tratti fantasmagorico. Una specie di signore, elegante e raffinato, che tiri fuori da una bara sigillata dopo cinquant’anni e si presentano lindo, fresco, energico e profumato. Col vestito tirato, per giunta, e gli argomenti di conversazione giusti. Un grandissimo, ma soprattutto un vero vino Frankenstein. Dunque perfetto per il mio scopo…

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