Criticalacritica

Attenzione perché la notizia è grossa: Paolo De Cristofaro è vivo e lotta insieme a noi, più o meno… Tanto per rinverdire i fasti di un tempo, all’epoca in cui scrisse addirittura più di due post in un mese per questo sito (dalle parti di Avellino raccontano di un uomo sfigurato dallo sforzo), ecco qualche riga niente male scovata in una sezione sotterranea del sito del Gambero.

Contesto a parte (con tutto il rispetto ci risparmiamo le diatribe sull’ultima annata dei vini di Napoli), quel che mi pare interessante è la riflessione sui metodi di degustaione, l’uniformità di giudizio, l’idea di una possibile piattaforma condivisa, pur nel rispetto delle rispettive convinzioni e sensibilità. Un compendio a questa roba, tanto per tornare a ragionare dell’argomento…
Ecco qua:
“…De gustibus non disputandum est, ci mancherebbe, siamo sempre stati fra quelli che considerano le sensibilità e le preferenze personali un pezzo fondamentale del racconto e della critica nel mondo di Bacco. Qualche perplessità in più ci viene, tuttavia, ragionando su come in questa fase stiano venendo completamente a mancare delle basi comuni e condivise di analisi.
Una sorta di “regolamento condominiale” della critica enologica, che fissi, al di là delle diverse scelte editoriali ed estetiche, qualche elemento oseremmo dire oggettivo che consenta di comprendersi agevolmente. Se un’annata o un vino vengono giudicati eccezionali da qualcuno e scadenti da altri, forse c’è qualcosa che non va e a farne le spese secondo noi sono soprattutto i lettori, scafati o neofiti che siano.
In questi anni abbiamo visto cambiare radicalmente le parole d’ordine e le tendenze, almeno per quanto riguarda il vino parlato. Da un’estetica del peso e della potenza siamo passati relativamente in poco tempo al mantra dell’eleganza e della mineralità. Ed è inevitabile che questa svolta offra grandi opportunità a chi vuole e deve trovare un posizionamento editoriale riconoscibile. A parte l’universo bio-naturale, il tormentone oggi è dimagrimento.
Benissimo quando si accompagna a vini che davvero esprimono profondità e territorialità attraverso le armi della leggerezza. Malissimo se non si è più in grado di riconoscere quei vini non fini o sottili ma proprio scarni, diluiti, inconsistenti, frutto di cattiva viticoltura ed enologia. L’omologazione secondo noi si nasconde nel triangolo troppo legno-troppo alcool-troppo di tutto, ma anche nel niente-di-niente.
Lungi da noi rievocare i supervinoni senz’anima che, per fortuna, sono sempre di meno; ma non ci piace l’atteggiamento che sempre più notiamo di chi boccia immediatamente bicchieri più colorati o con più frutto e magari un pizzico in più di legno, di quelli che si riassorbono in tempi giusti. Anche perché, ce lo ricordano tante etichette mitiche, non è solo l’acidità e la durezza tannica ad allungare la vita ai vini: alcool ed estratti buoni sono ancora doti importanti nell’economia di una felice evoluzione”. Paolo De Cristofaro

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