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Monsieur Le Cannonaù e Madame Sa Grenache

Il vino occupa una parte di me (o meglio, del mio stomaco) da tanti anni. Mi pare siano addirittura 27. Considerato che sono del ’76 non è pochissimo. Tutto iniziò quando il contadino che si occupava del nostro piccolo uliveto mi fece bere un bel bicchierone di vino.

“Buffa – mi disse – faghe bene a su sambene tou” che significa “bevi, fa bene al tuo sangue”. E così che ho bevuto il mio primo bicchiere di cannonau.
Non sto neanche a dire gli effetti subiti, non il giorno dopo, bensì qualche minuto dopo. Se mi dicessero che la parola hangover è stata inventata in quella circostanza abboccherei con la stessa facilità con cui la carpa blu abboccava all’amo di Sampei.
Tutto questo per dire che di Cannonau da allora ne ho bevuto veramente tanto, ma, mi sa, che ancora di quel vino ci ho capito ben poco. Basti pensare al parallelo che si fa tra il vitigno isolano e la grenache d’Oltralpe. Validi intenditori del vigneto Sardegna sono pronti a scommettere che il cannonau è solo sardo, mentre la grenache è altra roba. Altri professionisti dell’autoctono invece non hanno dubbi. Cannonau = Grenache = Guarnaccia, se oltrepassiamo anche i Pirenei, of course.
Sapete che vi dico? Alla fine di questa querelle non mi interesso più di tanto, salvo ficcare il naso nel bicchiere. Come dire, chiudo libri, libercoli, scritti, trattati e opinioni e mi diverto a utilizzare occhi, narici, papille, insomma i miei sensi (quelli che mi rimangono). È così che ho fatto l’ultima volta che mi sono trovato di fronte le ultime tre annate dei cannonau prodotti da Sedilesu, viticoltore di Mamoiada, in piena Barbagia.
Per l’esattezza erano il S’Annada 2008, il Mamuthone 2008 e il Carnevale 2007. Tre Cannonau di Sardegna con tanto di Doc che sapevano tanto di Isola dei Nuraghi e ancor di più di cannonau. Ma, credetemi, sapevano anche tanto di Rodano e di Grenache. Senza stare a perder tempo con minuziose descrizioni dei singoli vini, le tre etichette barbaricine erano accomunate da un naso di enorme complessità, giocato su note di frutto scuro maturo ma croccante, che si amalgamava a tonalità speziate e floreali che facevano presagire una bocca di clamorosa freschezza. Conferma totale.
Nonostante  l’ingresso fosse caldo e morbido subito era sferzato da acidità di dosaggio magistrale e da una balsamicità che rendeva la bocca fresca, freschissima, deliziosa. Bellissima la fase finale con un ritorno delle sensazioni olfattive, a cui si somma una precisa nota di rosa e di macchia mediterranea, di garrigue, per intenderci, se si vuole continuare il paragone con la Francia. Un bellissimo esempio, insomma, di come potenza e struttura figli di un territorio, di un clima e di un vitigno mediterraneo possano tradursi in eleganza e finezza grazie ad uno sviluppo molto più verticale che orizzontale.
Spero sia un esempio per altri produttori sardi, sicuramente sarà uno spunto per me per qualche degustazione alla cieca alla presenza di rodaniani sfegatati. Almeno che non sia presente il De Cristofaro, lui riuscirebbe a riconoscere anche che la bottiglia è frutto di un blend paritario tra cannonau, grenache e guarnaccia. Alla faccia di chi dice che è tutta la stessa cosa.

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