London. Day Tripper


Lo so, sembra impossibile. Eppure di tanto in tanto si incontra ancora qualcuno impegnato in quella faccenda arcaica chiamata lavoro, una sorta di fossile socio-economico di un’era in cui gli uomini si erano dati un’organizzazione perfettibile ma a tratti piuttosto evoluta.

Si, ricordate? Una di quelle attività che non si usano quasi più, con tanto di contratto firmato e stipendio. Quella roba che in cambio di una vita decente ti costringe a comprare una sveglia, a fare degli stupidi regali a Natale a gente che non frequenteresti per nessun motivo al mondo, a perdere ore della tua vita in macchina, dentro un autobus o in metropolitana al solo scopo di raggiungere un posto che odi.
Tra queste figure mitologiche, l’avreste mai detto, c’è anche mia sorella. Una che contravvenendo a ogni buona usanza avviata dal sottoscritto, da sempre perso a rincorrere farfalle e svuotare bicchieri, ha mostrato da subito una preoccupante predisposizione agli studi, infilando una serie di diplomi, master, corsi, specializzazioni che le hanno fruttato alcuni impieghi di quel tipo. Gli stessi che la maggior parte della gente reputa rispettabili, addirittura prestigiosi, sui quali tuttavia ho nutrito da sempre qualche sospetto, divenuto via via più profondo. Almeno quanto il buco nero in cui sta finendo il pianeta in cui viviamo a causa loro.
Avete già capito? Mia sorella lavora in una banca, si occupa di qualcosa tipo “allocazione delle risorse” (roba che io ad allocare le mie ci metto due minuti…), ma nell’ultimo anno e mezzo l’ho quasi perdonata per i suoi peccati, visto che è volata da Milano a Londra, città per la quale stravedo, che mi piace e mi diverte da matti.
Ora vive in zona London Bridge, praticamente di fronte al Finacial Times, a pochi passi dal Tamigi, il Millennium Bridge e la Tate Modern, in un appartamento con piazzetta nei luoghi del vecchio Globe Theatre di Shakespeare.
Il council è quello di Southwark che, come ricorda questo brillante articolo dell’architetto Emilia Antonia De Vivo “fu l’immediata periferia-industriale ad est della città. Il fiume era dietro, non si camminava lungo il Tamigi, non c’era alcun motivo di andare ad Elephant & Castle, nulla incuriosiva a Bermondsey, quartiere dei bricklayers e degli operai della Hartley Jam Factory. Molti dei romanzi di Dickens sulle misere condizini della classe operaia, sono ambientati tra queste strade”.
Change!
Oggi è anche il quartiere di uno dei miei mercati preferiti, il Borough (di cui vi parlerò con calma), davanti al quale c’è un caffè frequentatissimo dove comincia la mia giornata londinese.
Monmouth è un posticino gradevole, dove si entra in fila indiana, scoraggiante solo in apparenza, si beve un caffè appena accettabile scelto da una ricca selezione di miscele, ma che in compenso regala un ambiente gradevole, seduti al tavolaccio di legno chiaro al centro del locale, tra  pane, burro e marmellate self service, o diretti al banco carico di ottimi croissant e dolci di vario tipo.

Per catità, solo un modo per arrivare al pranzo e attraversare il mercato senza cadere in tentazione. Alle due sono già in uno dei ristoranti che mi divertono di più, almeno negli ultimi mesi. Metro fino a Tottenham Court Road, da li in cinque minuti si arriva al 15 di Broadwick, nel cuore di Soho, e soprattutto allo Yauatcha (se volte andarci a cena dovete prenotare). Ambiente stupendo, accogliente e premuroso il servizio, stile dim sum.
Letteralmente significa “toccare il cuore”, per quel che ho capito è un modo di mangiare cinese leggero che esalta la convivialità,  diffuso tra i viaggiatori e i mercanti della Via della Seta che si rifocillavano così durante il cammino.
Funziona che si ordianano e arrivano al tavolo una serie di bocconcini in contenitori di bambù, di straordinaria pulizia aromatica e leggerezza, senza rinunciare a gusti pieni, a volte decisi, con giochi sempre riusciti di erbe aromatiche e qualche spezia. Bella e ricca la carta dei tè, nel pomeriggio si può venire semplicemente per qualche dolce.
Gli assaggi:

Chicken feet in chilli black bean
Uno dei miei piatti ricorrenti, splendido gioco agro-dolce-piccante

Sesame prawn toast
Se riuscite a superare l’apparenza da becchime per canarini non ve ne pentirete


Hot and sour soup with trumpet royal mushroom
Da prendere solo se avete voglia di sudare! Piccante, note animali con cenni che ricordano il balsamico tradizionale e il tabacco dolce da pipa

Halibut with lotus root and pickled cabbage
Divertentissime consistenze croccanti, sgranocchiose, il pesce è gustoso e tenerissimo

Steamed cornfed chicken with wind dried pork in soya

Piatto delicato, aromaticamente dolce, ampio e carnale

Il dessert qui sopra merita da solo la visita al ristorante: godurioso mix di cioccolato al latte e frutto della passione


Il tempo di districarsi tra le vie illuminate “a Natale” (che ormai comincia a fine Settembre, figuriamoci cos’è a Dicembre), la neve finta e i negozi intasati di orde barbariche a ruota di shopping, al solo scopo di bruciare le calorie necessarie per preparami alla cena ed eccomi in Conduit street. Al numero 9.
Pronti per entrare nella Londra dei Vip? Io no, però lo Sketch (Lecture Room & Library) merita per l’originalità del design e la possibilità di scelta tra aperitivo, cena e dopo cena.
Mi viene da ridere rileggendo gli appunti di quel giorno, ma visto che ormai rendermi ridicolo è cosa a cui ho abituato i più, eccoli spiattellati in versione integrale:
“Lampadario che si staglia in profondità, specchi rotanti, pareti con decorazioni cristallo, punti laser che si rincorrono, menu servito nel dizionario medico, bagni a uovo con luci celeste e rosa per non sbagliare” Andateci e ditemi se non è così. Più o meno…
E il cibo? Un po’ deludente, a dire il vero, specie in relazione al conto che invece segue la linea vip. Però anche solo per un’aperitivo è da provare, almeno una volta.
E allora via dalle luci dei ricchi per tornare da dove sono partito, nella Southwark che fu operaia, chiudendo la giornata con la solita birra al The Rake, localino di abitudinari al 14 Winchester Walk, nei pressi del solito Borough Market, tanto angusto quanto eccezionale per varietà e livello delle pinte servite.

FOTO 1 E 9: ANNALISA BECCHETTI

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