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Dryas | Montefredane | Irpinia

2018-04-27 11.30.31

Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio e che i cosi* del vino – quorum ego – danno spesso pareri non richiesti ai produttori, esponendosi a colossali figuracce.

Motivo per cui nemmeno ci provo ad intestarmi primogeniture o illuminazioni precoci sulla bontà (oggi trasversalmente riconosciuta) dei vini di Dryas.

Stefano Loffredo (foto del 2018)


Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo alla paradisiaca – fresca e piovosa – estate 2014, quando Stefano Loffredo mi raccontava la sua nuova avventura, avviata sulla collina delle Toppole di Montefredane (nel 2011 con l’impianto della vigna, circa un ettaro, e nel 2013 con la prima vendemmia ufficiale). Ci eravamo già conosciuti a Pietracupa, la cantina fondata dal padre Peppino** nel 1989, sempre a Montefredane, oggi guidata a tempo pieno dal fratello Sabino. E soprattutto c’era la confidenza, derivante da ripetuti incroci sui campi di football, a rendere ancor più difficile del solito la mimetizzazione dei pensieri.

«Ma come ti è venuto in mente di creare un’azienda che fa quasi solo spumanti e perdipiù col Fiano?»: magari non dissi testualmente così, ma il senso della domanda verbalizzata non era equivocabile.


Perché il cuore del progetto era proprio quello e, fino ad allora, non avevo mai incrociato una bollicina da Fiano minimamente interessante, metodo Charmat o Classico che fosse. Mi ero fatto l’idea di una cultivar sostanzialmente inadatta alla tipologia, a differenza del “fratellastro” Greco, rispetto al quale presenta acidità meno vibranti, a maggior ragione nelle annate sempre più calde del nuovo millennio, nonché un profilo espressivo molto più “varietale”, marcante, che permane anche dopo lunghi affinamenti sui lieviti.
Inutile dire che ho dovuto presto ricredermi. L’ultima panoramica completa della gamma racconta una realtà solida e matura, con uno stile estremamente a fuoco. E al contempo apre finestre di ragionamento inedite sulla versatilità del vitigno irpino, specie quando arriva da terroir vocati come questi.


Se il metodo Charmat (l’etichetta gialla) è regolarmente giocato sulla rotondità del frutto, e non a caso spopola ad orario da aperitivo, i Metodo Classico millesimati brut e pas dosé (etichette bianche, che prima erano nere) mostrano un carattere originale e tutt’altro che accondiscendente, con un crescendo di forza e complessità nelle diverse sboccature (effettuate dopo 36, 48 e 60 mesi di maturazione sui lieviti).


Circoletto rosso in particolare sul Dosaggio Zero 2016 sboccato dopo 60 mesi: un cavallo di razza che non vuole somigliare a niente, a dir poco riconoscibile nell’origine territoriale per le nette timbriche affumicate, agrumate e balsamiche, fine e saporito, da godere a tutto pasto. Ma da tenere d’occhio anche il 2022 sboccato dopo 36 mesi, roccioso e martellante.


Senza dimenticare la versione ferma-secca, quel Griseo che riesce a stupire per tensione e souplesse anche in un millesimo bello infuocato come il 2022. Non è certo la prima volta, se pensiamo al suo debutto dell’annata 2013 (quando si chiamava Resigo): semplicemente uno dei Fiano irpini più riusciti dell’ultimo ventennio, come confermato dall’ultima orizzontale a tema condivisa qualche mese fa con gli amici del Tipicamente Wine Club.

* giornalisti, assaggiatori, divulgatori, sommelier, operatori, fate voi.

** non tutti sanno che “don Peppino” era a fianco del professore Antonio Troisi a Vadiaperti negli anni ’80, prima di creare la propria azienda a Pietracupa.

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