[Dai Social] Rocca del Principe – Fiano di Avellino 2016


“Un uomo con la testa nel forno e i piedi nel freezer ha una temperatura corporea ideale per la scienza statistica, ma pure per andare a trovare l’anatomopatologo”, diceva il buon Bukowski per spiegare la sua diffidenza verso il concetto di “media”. E l’immagine torna giusta per inquadrare l’annata 2016 per i bianchi irpini: sicuramente buona-ottima, volendo attribuire un valore sintetico, ma con una forbice amplissima di riuscite, espressioni, stati evolutivi, ecc.

Un’eterogeneità che si riscontra spesso nelle vendemmie “mutilate”: in questo caso dalla terribile gelata di fine aprile, che ha immediatamente creato un prima e un dopo, condizionando giocoforza il resto della storia. Anche le uve che hanno resistito sembrano spesso aver portato addosso le ferite dei reduci. E diversi vini si sono ingialliti e scissi prima del previsto, considerando i bassi pH e le alte acidità di partenza (ennesima dimostrazione che leggere i vini con le analisi da laboratorio non ha molto senso).

I più forti o fortunati, tuttavia, non hanno solo resistito alle sfide agronomiche dell’annata, ma ne hanno tratto un’energia speciale. Dando forma a bianchi irresistibili per chi ama i Fiano e Greco di impronta verticale, giocati in primis su nerbo, freschezza, salinità, pietrosità, leggerezza (tipo Greco Miniere di Cantine dell’Angelo o Fiano-Greco Pietracupa, per capirci).

Tra questi 2016 c’è sicuramente il Fiano di Rocca del Principe. Paradigmatico fino al didascalico rispetto a quanto ci si attende in un millesimo di questo tipo dalla cantina stilisticamente più nordica di Lapio. Qualcuno potrebbe legittimamente registrarla come algidità, ma il riassaggio dice che siamo ben al di qua del confine, su un’altura dove si respirano agrumi invernali ed erbe purificanti, dentro un sorso martellante e dissetante tipo Gatorade al limone.

A me, mi piace che sia così.
(e non dimentichiamo il Tognano, sempre 2016, che è un gioiellino)

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