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Alessandra Divella | I NON Franciacorta

Jan Banning

Da giovane studente di Scienze Politiche, durante le lezioni di etnografia, rimasi affascinato da una tecnica di ricerca che ho sempre tentato di utilizzare nel mio lavoro: l’osservazione partecipante.

Non l’ho mai dimenticata, così come il suo ideatore Bronisław Kasper Malinowski, studioso polacco che superò la teoria evoluzionista in voga dall’Ottocento agli anni Venti del secolo seguente. Teoria che si basava su un approccio abbastanza superficiale, con gli antropologi che ricevevamo informazioni nei lori studi o al massimo si recavano sul campo per brevi periodi in cui ospitavano alcuni rappresentanti delle popolazioni locali, spesso esponenti del mondo occidentale come i missionari.
Nel suo celebre trattato Argonauti del Pacifico, Malinowski sottolinea il dovere dell’etnografo di partecipare alle attività della società da studiare, immergendosi negli usi e nei costumi, imparando la lingua dei nativi e vivendo in simbiosi con loro per qualche anno, conquistandone la fiducia.

Nel mio percorso di narratore del vino, ho tenuto in grande considerazione l’osservazione partecipante, calandomi nei contesti di indagine, tessendo relazioni con i protagonisti e visitando quante più realtà possibili. Viaggiando molto, moltissimo, per raccogliere materiale in prima persona ed entrare in simbiosi con l’oggetto di studio. Giocando ai paragoni, se l’osservazione partecipante è la visita in cantina e il metodo evoluzionista gli assaggi a distanza, posso dire che l’attività svolta è stata, comunque, un mix delle due cose. A volte la degustazione è complemento d’indagine, in certi casi unica via di comprensione, altre ancora prologo all’azione.

Detto questo, avere a che fare col solo bicchiere, senza sapere altro né pretendere di elaborare un pensiero infallibile, può anche riservare qualche vantaggio e risultare piuttosto divertente. Non me ne voglia il buon Bronislaw.

Da qui le considerazioni di giornata, figlie di un’unica prova fuori contesto e qualche informazione trovata qua e là. Una roba alla James Frazer, per tornare agli antropologi, con tutti i limiti del caso. Sia come sia, in attesa di passare uno o due anni a Gussago e comprendere la faccenda nel profondo, devo ammettere di aver tratto splendide vibrazioni dal Blanc de Blancs di Alessandra Divella. Che roba è? Non un Franciacorta, sul piano puramente formale, per volontà e convinzione della produttrice. Certamente un Metodo Classico, fatto con uve chardonnay in purezza, vinificate senza l’inoculo di lieviti selezionati né vasche d’acciaio, tra botti di cemento e legni usati. Sur lie per 30 mesi, non conosce dosaggio ed è stupefacente per l’intenso arcobaleno aromatico, quasi selossiano nella capacità di alternare sensazioni ossidative a infiltrazioni agrumate e sassose. In bocca il volume non pesa e mixa alla grande sapore e tensione, con un’acidità percepita notevole per le latitudini da cui proviene.

«La Franciacorta si è formata dalla discesa di un ghiacciaio dalla Val Camonica verso il Monte Orfano – spiega Alessandra -, un evento che ha dato vita a diverse tipologie di suolo. Il cuore centrale della Franciacorta è più giovane mentre le zone del Mont’Orfano e la fascia prealpina (Ome, Monticelli Brusati, Gussago, Cellatica) sono di origine più antica. Il 95% della produzione si trova nella fascia centrale. Io mi trovo a Gussago, dove il suolo calcareo – argilloso, di origine marina, è molto antico e si è formato nel periodo del Giurassico. Le mie scelte di vinificazione vogliono valorizzare la diversità di questo territorio rispetto alla Franciacorta più classica e più nota. La Franciacorta presenta diversità di suoli da comune a comune. Io penso che ogni vignaiolo debba valorizzare questa diversità. Ecco perché per me è più importante mettere in etichetta il nome del comune: Gussago».

Il Blanc de Blancs “Zero” di Alessandra Divella

Le mie fonti rivelano che il vino è piuttosto caro, almeno in confronto ai Franciacorta d’ingresso a cui può, in qualche modo, rapportarsi, ed è distribuito da Vinglou in quasi tutta Italia. Del resto, parliamo di una realtà di circa 3 ettari in tutto. L’assaggio, insomma, è una conferma. Anche dell’anima profondamente artigiana di questa giovane cantina, su cui la ragazza che le dà il nome ha cominciato a mettere mano poco più di 10 anni fa. Per il resto, sto già preparando la valigia.

*In copertina, il fotografo Jan Banning in uno dei suoi autoritratti con i capi tribù del Gonda (in mostra in questi giorni in una delle sezioni di Cortona On The Move)

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