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Nicolas Reau | Loira a ritmo jazz

Copertina

È stata certamente l’atmosfera che avvolge la città in questo periodo a farmi tornare su un bianco della Loira, dopo un po’ di giri altrove.

Seduto al tavolo del Mercato Vianova, piacevolissimo ristorante del centro di Perugia che si appresta a vivere il ritorno di Umbria Jazz, in un déhors perfetto per ammirare lo struscio già pieno di cappelli e camicie variopinte, mi fiondo sull’Anjou Clos de Treilles ’19 di Nicolas Reau.

Gli chenin che corrono lungo il fiume formano un universo variegato, sia per l’attitudine plastica della varietà che per le scelte filosofico-stilistiche dei vignaioli. Molte distribuzioni ci si sono buttate a capofitto, tanto che in Italia si trova ormai un po’ di tutto. Ecco, dopo lo scatto iniziale ho rallentato la corsa, anche per via di un filotto di vini non proprio nelle mie corde, spesso fuori fuoco o eccessivamente sgrammaticati. Non sempre piacevoli da bere, al di là delle riflessioni sui massimi sistemi e le guerre di posizione.

Di Reau non avevo bevuto moltissimo, ma conoscevo bene un vino dal nome curioso: Attention Chenin Méchant, bianco affatto cervellotico né troppo mordente, a dispetto del nome, che ho sempre trovato gradevole ma piuttosto semplice. Tutt’altra pasta questo Anjou Clos de Treilles ’19, fermentato in barrique di secondo e terzo passaggio, in cui svolge anche la malolattica, prima di passare per qualche mese in acciaio e in bottiglia. Un vino immediatamente attraente ma pieno di sorprese e qualche piacevole contraddizione, a cominciare da un salto netto tra naso e bocca. Se i profumi assolati, tra la crosta di pane, il malto d’orzo e un tocco lievemente fumé, seppure intarsiati da lampi fluviali e marini, farebbero pensare a un bianco di una certa pienezza e calore, il sorso sposta immediatamente i pensieri su altri fronti. Fresco e sapido, squillante e rigido fin da subito, verticale con sferzate acide mai punitive ma sempre saporite e dissetanti, chiude su tocchi di scorza di cedro e una vaga ma profonda idea brulée. Non un vino semplice, tutt’altro, ma certamente ricco di chiaroscuri e assai facile da bere.

Mentre me lo godo, continuando ad osservare i turisti a passeggio che arrivano da chissà dove, scopro che Nicolas Reau, prima degli studi di viticoltura ed enologia a Montreuil, delle esperienze a Bordeaux e dell’avvio del proprio progetto a Sainte-Radegonde, aveva studiato musica e faceva il pianista jazz in giro per i locali francesi. Ma tu guarda il caso, alle volte.

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