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San Casciano | Giù al nord del Chianti Classico

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Ne avevamo parlato subito dopo la Chianti Classico Collection*: la rivoluzione delle Unità Geografiche Aggiuntive porta con sé effetti ben superiori alle pur importanti modifiche del disciplinare.

Per come la vediamo noi, la novità costringe tutti ad uno sforzo di approfondimento, regalando la possibilità di guardare il quadro nel suo complesso e al contempo di fissare i dettagli senza rischiare di perdersi. Un lavoro che non parte da zero e non comincia ora, anche grazie agli sforzi delle varie associazioni territoriali nate in questi anni, ma che certo trova nella riforma un impulso formidabile.

La masterclass tenuta da Alessandro Masnaghetti

In attesa di un progetto formativo e divulgativo più organico, continuano gli appuntamenti “individuali”, l’ultimo dei quali è stato pensato dall’associazione dei produttori della UGA, San Casciano Classico: “Perché Nord!”. Un evento bello e utile, a partire dalla straordinaria masterclass condotta da Alessandro Masnaghetti, incentrata sui due comuni che si posizionano sul limite settentrionale delle rispettive denominazioni: San Casciano in Val di Pesa per il Chianti Classico e Verduno per il Barolo. Due territori nordici dal punto di vista geografico ma non da quello ambientale, climatico ed espressivo. Due territori affascinanti che si stanno ritagliando crescenti attenzioni dopo essere stati a lungo trascurati, probabilmente anche in virtù della posizione per molti versi periferica all’interno dei propri distretti.

Le migliori aree viticole di Verduno oggi sono sempre più ricercate da aziende di primissimo piano: su tutte la MGA Monvigliero, a cui viene ormai riconosciuto trasversalmente uno status di grand cru. E qualcosa di non troppo diverso sta accadendo anche a San Casciano, dove si delinea progressivamente un’identità riconoscibile, capace di integrare numerose cantine emergenti in una storia secolare. Basti pensare alla famiglia Antinori e al Tignanello, uno dei vini simbolo del rinascimento enoico italiano e dei cosiddetti Super Tuscan, che prende forma proprio nell’omonimo podere del comune.

Alessandro “MapMan” Masnaghetti

Un’armonia insita nel paesaggio, come ci ha spiegato – anzi, mostrato – Alessandro Masnaghetti fin dal primo inquadramento sul campo. La conformazione uniforme delle colline, le altitudini non esasperate (costantemente comprese tra i 150 e i 300 metri sul livello del mare), la significativa omogeneità geologica legata alla predominanza dei depositi fluviali, il microclima mediamente più caldo e precoce rispetto ad altre zone della denominazione: ci aspettiamo e troviamo Chianti Classico piuttosto diversi da quelli appenninici e verticali oggi così à la page (ad esempio tra Lamole, Radda e Gaiole “alta”). Condizioni invece ideali per rossi bilanciati e gastronomici, giocati in primis su carnosità di frutto e piacevolezza di beva, ma non certo sprovvisti di linfa sapida e supporto acido-tannico: mediterranei nell’accezione migliore del termine.

Caratteri nitidamente evidenziati dai vini selezionati per il seminario e dal successivo banco d’assaggio di gruppo. Un’occasione privilegiata per riprendere l’indagine diretta sulle diverse realtà, tra aggiornamenti in cantine già note e visite in avanscoperta. Come spesso succede, in questi casi, le sorprese si nascondono dietro l’angolo, tanto che un appuntamento di cortesia, su cui avevamo oggettivamente ragionato poco, si è rivelato illuminante. Spoiler: i nostri due cent su un futuro da protagonista per Cigliano di Sopra, nome per alcuni già in agenda ma che a tutti gli altri consigliamo di appuntare.

Il trio che si occupa di Cigliano di Sopra

Battezzata dallo storico borgo che occupa la parte nord della UGA, l’azienda si sviluppa su oltre 30 ettari (poco meno di 7 vitati) e appartiene alla famiglia Fucile da quasi un secolo. Il percorso moderno è tuttavia appena iniziato, con la vivace Maddalena e un piccolo gruppo di giovani leoni a disegnare il domani (Matteo Vaccari e Daniele Macchia). La prima annata “ufficiale” è stata la 2016 con circa 1.000 bottiglie, nella 2021 si arriva a 20.000 e a pieno regime non si andrà oltre le 30.000.

Va detto che il tracciato stilistico è in clamoroso divenire, tanto che non è facile star dietro a tutti gli esperimenti, le idee e le intuizioni. Si capisce che la vigna è al centro del progetto, con una sensibilità verso le piante fuori scala e una competenza riguardo le specie vegetali che è cuore del bagaglio aziendale. Nonostante la giovane età, sono già molte e di spessore le esperienze sul campo del trio che si occupa di Cigliano di Sopra, anche a livello internazionale. A dir poco travolgente e contagiosa, poi, il loro bisogno di contatto e scambio con i migliori, a cominciare da quei vignaioli con cui si spartisce una certa idea di mondo.

Sul fronte dei vini, si fa fatica a inquadrare lo stile tra quelli più in voga, almeno nel paniere dei Chianti Classico recenti. Certo, appare chiaro come l’esaltazione delle peculiarità territoriali passi di qua per tecniche senza quartiere, laici sconfinamenti e piroette assortite. Questioni non del tutto nuove, magari, ma che nella testa e nelle mani di questi ragazzi assumono fisionomie originali, in qualche modo adatte alla fattispecie concreta. Pensiamo ad esempio alle loro diverse modulazioni della vendemmia a grappolo intero, che si delinea sempre di più come “antidoto” efficace nel mimetizzare alcune manifestazioni espressive dei cambiamenti agronomici e climatici in corso, come le sovramaturazioni o le sensazioni brucianti dovuti ai tenori alcolici più elevati. Un argomento di grande interesse, secondo noi, su cui torneremo presto con un focus dedicato.

La barrique del cru “Branca”: futura Riserva o Gran Selezione?

Chiudiamo con i vini assaggiati, senza i quali non ci saremmo trovati a condividere gli appunti di una splendida giornata di maggio. Se avete incrociato solo quelli in bottiglia e già in commercio, cioè fino al Chianti Classico ’19, avete più o meno il 30% delle possibilità di comprendere il nostro entusiasmo. In sintesi, il meglio deve ancora venire, almeno a giudicare dalla crescita esponenziale dei 2020 e (soprattutto) dei 2021 ancora in botte. Certe polverosità tanniche e qualche passaggio a vuoto di sapore, che a nostro avviso frenano il potenziale delle prime uscite, sembrano infatti trovare vendemmia dopo vendemmia un saldo di brillantezza, souplesse e coesione di insieme. Oltretutto facendo risaltare sempre più il carattere sancascianese che descrivevamo sinteticamente in precedenza.

Un altro tassello di quella “rappresentazione territoriale” che abbiamo spesso evocato come concetto chiave di un percorso collettivo e con cui sono chiamati a fare i conti ortodossi ed eretici, tanto se l’intenzione fosse quella di coltivarla quanto di eluderla. A maggior ragione quando entrano in campo strumenti miranti a zoomare sulle zone di origine, come le UGA.

In questa prospettiva “il” vino di Cigliano di Sopra da monitorare nei prossimi mesi è senza dubbio quello che uscirà probabilmente come Chianti Classico Gran Selezione 2021 (ma non è ancora escluso che possa uscire come Riserva; in ogni caso un cru). Il primo test disegna infatti un sangiovese di indole maledettamente contemporanea, invitante e gioioso nell’esplosione di frutto rosso succoso e fragrante, senza la minima traccia di calore o disidratazione, che abbraccia l’intero sorso, sospinto da una irresistibile energia marina e silvestre. Circoletto rosso.

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