Digressioni Sabatiche #8 | Olimpiadi 2016, seconda parte

Seconda parte di #tipicamentefavellas, raccolta di post sui Giochi Olimpici 2016 di Rio de Janeiro, pubblicati sulla nostra pagina Facebook
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Lunedì 15 Agosto

Di atleti-campioni come Eddy Merckx ne nasce uno ogni 3-4 secoli, più o meno, credo siamo tutti d’accordo. Ma non è che i Gimondi te li regalino all’Ipercoop: Felice da Bergamo è uno dei sei ciclisti della storia ad aver vinto le tre grandi corse a tappe (Giro d’Italia, Tour de France, Vuelta a España), classiche monumento come Milano-Sanremo, Parigi-Roubaix e Giro di Lombardia, senza dimenticare il Mondiale in linea del ’73, battendo in volata proprio il Cannibale belga, contro ogni pronostico.

La sliding door è tutta lì. Puoi passare un’intera carriera (ed esistenza) tra i se e i forse, focalizzando solo la “sfortuna” di essere nato negli stessi anni di un mostro che non vuole perdere nemmeno a rubamazzo. Oppure testa bassa e pedalare per costruirne una tua, altrettanto straordinaria (sì, qua il superlativo è ammesso), con cui verrai ricordato ben al di là dei cliché da “eterno secondo”.

E’ esattamente quello che ha fatto il nuotatore ungherese Làszlò Cseh. Classe 1985, e quindi coetaneo di un certo Micheal Phelps. Che si è ritrovato, chissà come mai, nel suo stesso sport e pure nelle stesse gare: 100 e 200 metri farfalla, 200 e 400 misti, le medie distanze dello stile libero e un po’ di bonus track con dorso e staffette.
Se mamma e papà Phelps avessero guardato la tv quella sera di 32 anni fa, oggi saremmo probabilmente a celebrare il rasato magiaro tra gli uomini copertina di Rio 2016. Io ce lo metto ugualmente, perché l’argento conquistato nei 100 farfalla è la sua sesta medaglia in quattro diverse olimpiadi. Una longevità agonistica spaventosa, considerando che il primo alloro importante risale agli Europei in vasca corta del 2002 a Riesa. E che nel frattempo ha messo insieme 2 ori e 12 medaglie ai Mondiali, 35 successi e 48 podi agli Europei, che ne fanno il più titolato di sempre a livello continentale. Non è, insomma, il Raymond Poulidor o il Toto Cutugno del nuoto contemporaneo, ma solo un grande campione di nome Làszlò Cseh.

Una storia perfino sublimata nel volo di un’altra ragazza dell’85. Tania Cagnotto corona la sua rincorsa alla medaglia olimpica individuale nel trampolino 3 metri. Non solo. Ma ci riesce con l’ultimo tuffo dell’ultimo giorno della sua vita da atleta professionista. Perdipiù ritoccando il suo punteggio record: 372,80. Ben oltre Hollywood e l’ineluttabilità del lieto fine. C’è tutto in questa trama da lucciconi: cinque olimpiadi, svariate medaglie mondiali, innumerevoli titoli europei, tuttavia non sufficienti a schiacciare il tarlo dell’incompiutezza. Per colpa di quei pochi quarti posti arrivati sempre nel momento sbagliato, tipo Londra 2012, e nella maniera più beffarda possibile.

Dieci centesimi non possono fare la differenza nell’autobiografia di un uomo o una donna. Eppure la fanno. Ma nel modo più bello e trasversalmente coinvolgente, questa volta: la Cagnotto ottiene quello che ha sempre inseguito solo quando ha fatto pace col sogno. E accettata l’idea che non tutti sono destinati a realizzarsi, ma che è comunque troppo importante – anzi decisivo – averli custoditi e nutriti col massimo della cura. Se la Cina non fosse mai esistita, sarei stata una delle atleti più vincenti di tutta la storia di tutti gli sport, poteva raccontarsi all’infinito. Chi se ne frega, ha sentito urlare dal più profondo e barbarico yawp.

Ha affrontato la sua ultima gara con la voglia e la capacità di divertirsi, senza pensare ad altro che alla gioia di vivere facendo la cosa che più ami al mondo. La serenità nirvanica del suo sorriso prima dell’ultimo tuffo diceva già tutto su come sarebbe andata: 81 punti, media del 9, la canadese Jennyfer Abel rimontata. Come a Kazan l’anno scorso. Nell’abbraccio di Tania c’era la sicurezza, non la consolazione, che il momento della rivincita arriverà anche per lei. Ecco perché alla figlia di Giorgio non invidio la medaglia, ma la compiutezza di quello stato di grazia: si vive tutta una vita per sentirsi almeno una volta così.

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Martedì 16 Agosto

Decimo giorno di gare a Rio de Janeiro, che da “tifosi” ricorderemo soprattutto per l’impresa (sì, qua si può e si deve usare) di Elia Viviani nella spettacolare specialità dell’Omnium, ciclismo su pista. Da un punto di vista strettamente tecnico la copertina va invece a Thiago Braz da Silva, medaglia d’oro nel salto con l’asta, davanti al primatista del mondo Renaud Lavillenie, il più forte di sempre dopo Serhij Bubka. Con tanto di record olimpico: 6,03 metri.

E’ una delle prime vere soddisfazioni per i padroni di casa in questi Giochi Olimpici, dato inconsueto sotto molti punti di vista. Da Mosca 1980 in poi, infatti, siamo abituati a grandi exploit dei paesi organizzatori, seppur con tutte le virgolette e gli asterischi del caso. Leggi: aiuti arbitrali, giurie compiacenti, programmi antidoping a dir poco permissivi, scandali assortiti. (qualcuno ha detto Corea ’88 o Grecia ‘04?)

Forse la maledizione del Maracanazo esiste davvero. O molto più semplicemente la pressione è troppo forte da sopportare per gli atleti brasiliani quando gareggiano in casa. Stereotipi a parte, è un effetto collaterale inevitabile per chi vive lo sport in maniera così emotiva, nel bene e nel male. Non sono fesserie da microfono, loro ci credono davvero alla vittoria in nome del popolo, da coltivare col sudore ma anche con la fede, la magia, la capacità di mettersi in scia all’insondabile volere del fado.

Soltanto due medaglie d’oro e nove totali, ma la selezione verde-oro riesce ugualmente a dominare la scena. Quantomeno a livello “narrativo”: si potrebbe tirar fuori un romanzo o un film su ciascuno dei Brasiliani arrivati a podio finora. Storie perfettamente nel clima, oltretutto, che aleggia dallo spettacolo inaugurale, non senza effetti grotteschi. La povertà, le favelas, le distanze sociali, le angherie verso gli indios, esplorati quasi come attrattori per occidentali ricchi in cerca di emozioni forti.

Al punto da far sembrare disegno di sceneggiatura il primo successo carioca a queste Olimpiadi, conquistato dalla judoka Rafaela Silva. Una che fino a ieri poteva spiegarvi più che altro cosa significano parole come violenza, razzismo, degrado, depressione. Con l’esperienza di chi è nata e cresciuta a Cidade de Deus, bairro della periferia ovest di Rio, diventato famoso-famigerato grazie al film City of God, plurinominato agli Oscar 2004. Pellicola che fa sembrare Gomorra una sitcom per famiglie, diretta da Katia Lund e Fernando Meirelles. Ovvero il regista della cerimonia inaugurale del 5 agosto scorso: roba da non credere.

E che dire del ginnasta Diego Hypòlito, che ottiene la sua prima medaglia olimpica a 30 anni, dopo aver passato gli ultimi otto a metabolizzare la delusione di Pechino, quando perse oro e medaglia per una caduta all’ultimo passo dell’ultima diagonale del suo esercizio al corpo libero. E quando dico metabolizzare intendo un mezzo tentativo di suicidio, attacchi di panico, separazione dalla famiglia e affini.

Per non parlare di Arthur Zanetti, Flavia Saraiva, Arthur Mariano, Poliana Okimoto, Mayra Aguiar. Oppure del folle tiratore paulista-cinese Felipe Almeida Wu: come detto per i cacciatori di storie c’è da sbizzarrirsi, e varrebbe la pena di approfondirle tutte. Perché il Brasile è un promemoria di meraviglia grande quanto un continente. E perfino il più cinico di noi sa che questo pianeta sarebbe un posto parecchio peggiore senza il suo polmone più verde e dorato, di anime, luoghi e destini sospesi tra gioia e pena.

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Mercoledì 17 Agosto

Undecimo giorno di gare, come direbbe Emanuele Dotto di Radio Rai per ricordare a tutti noi la sua formazione classica.
Un martedì apparentemente interlocutorio per i colori azzurri, con l’amarissimo quarto posto di Vanessa Ferrari al corpo libero (ginnastica artistica), dove brilla ancora una volta la stella di Simone Biles. Almeno in parte bilanciato dalla vittoria del Settebello ai quarti di finale contro la Grecia (pallanuoto maschile) e soprattutto dalla storica finale raggiunta alle prime luci dell’alba da Lupo e Nicolai nel torneo di beach volley.

A proposito di amarezze, nemmeno le donne riescono a invertire il beffardo karma che domina il calcio brasiliano da almeno un biennio a questa parte. Marta (famosa quanto Neymar in patria) e compagne si arrendono infatti ai rigori in semifinale contro la tignosa Svezia, già giustiziera ai quarti delle cannibali statunitensi. Grazie ad un modulo-approccio che renderebbe orgogliosi i più illustri maestri del catenaccio e contropiede italico: un pullman a tre piani parcheggiato in area di rigore, direbbe Pep Guardiola. Ma intanto quel pullman va a giocarsi la medaglia d’oro al Maracanà, e alla torcida restano di nuovo lacrime e rimpianti.

Delusione sensibilmente mitigata dal trionfo di Robson Conceiçao nella finale del torneo di pugilato 60 kg uomini, contro il favorito Sofiane Oumiha. I Francesi si incazzano (cit. Ciriello sul Mattino – rubrica Il Barbiere di Rio) per la terza volta in poche ore, e sempre per colpa dei carioca. Renaud Lavillenie non ha preso benissimo, diciamo così, il secondo posto dietro Thiago Braz da Silva nel salto con l’asta che celebravamo ieri. Mentre Earwin N’Gapeth, alias il monsier magique del Volley mondiale, parla apertamente di “biscotto” per la sconfitta italiana contro il Canada, che ha trasformato il suo ultimo match contro i verdeoro in uno spareggio decisivo da dentro o fuori. Brasile ai quarti di finale, Francia a casa.

Ma i cugini transalpini non sono certo gli unici a protestare per uno dei tanti verdetti quantomeno discutibili della boxe olimpica. Ennesimo colpo ferale per uno sport da tempo in crisi, ulteriormente indebolito dall’ibridazione tra dilettantismo e professionismo, ma soprattutto da una gestione delle gerarchie sempre più sfacciatamente “politica”. Ingiustizie e imbarazzi a parte, quello di Rio 2016 è probabilmente il torneo tecnicamente più povero da un quarantennio a questa parte. Ora, non è che ci aspettiamo di scoprire alle olimpiadi i nuovi Cassius Clay, Teòfilo Stevenson o Nino Benvenuti, ma già il compianto Giovanni Parisi là in mezzo sembrerebbe un Oscar De la Hoya.

Consoliamoci allora con la pallacanestro, che entra oggi nella sua fase più calda con quattro sfide sulla carta una più bella dell’altra. Australia-Lituania, Spagna-Francia, Stati Uniti-Argentina, il derby Croazia-Serbia: un vero e proprio luna park per gli amanti della palla a spicchi, da godere no stop (alle 16 la prima partita, alle 3.15 l’ultima). Anche perché capiremo finalmente se gli yankee Nba si sono finora nascosti, o ci sono davvero chance di un clamoroso al Cibali a ritmo di samba. Nonostante alcune importanti defezioni, tipo Lebron James, non dovrebbe esserci comunque storia per la medaglia d’oro, ma i finali punto a punto con Serbia e Francia lasciano più di un dubbio sulla squadra, senza scomodare inutili paragoni con il mitologico Dream Team di Barcellona ’92.

Per fortuna c’è il professor Pau Gasol, che continua ad insegnare basket a rampanti giovincelli. L’altra sera Jonas Valanciunas, quotato centro lituano dei Toronto Raptors, sembrava un bimbo al primo giorno di scuola al suo cospetto: comunque vada, il pluricampione catalano merita in pieno il posto nel club della Supremazia a questi giochi olimpici.

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Giovedì 18 Agosto

Lo sapevate che i mancini sono l’8-10% della popolazione mondiale, ma alle Olimpiadi vincono mediamente il 27-29% delle medaglie? A Rio 2016 il record potrebbe essere ritoccato: left pride for ever, mi si consenta.

Per cui, cari nonni e zii all’ascolto, pensateci quei due-tre minuti prima di incatenare arti ai vostri nipotini, e rinunciate ad interpellare esorcisti quando manifestano preferenza per la “mano del diavolo”. Perché quella satanica deviazione potrebbe un giorno favorirli in una finale di scherma, boxe, tennis, pallanuoto, volley. Vi ritrovereste in famiglia un campione olimpico, magari di bocce-curling, anziché un giornalista enogastronomico con tendenze brassicole che imbocca le rotonde al contrario.

E poi ci sono quelli che si allenano quattro anni tipo Rocky Balboa e se ne tornano a casa dopo pochi secondi, a volte anche meno. Come il piemontese Marco Lingua, noto al grande pubblico per la sua partecipazione alla trasmissione televisiva “8 MM” più che per le prestazioni nel lancio del martello, specialità di cui è stato comunque tre volte campione nazionale. Arriva a Rio con una sorta di wild card, concesse dalla Fidal con una certa parsimonia, e si presenta in pedana per le qualificazioni. Tre tentativi, tre nulli: il martello finisce tutte e tre le volte nella rete di protezione della “gabbia” di lancio. Quattordici secondi di gara, considerando anche i tempi di caricamento della rotazione.

Mi scappa da ridere e mi sento immediatamente una brutta persona. A maggior ragione quando quell’omone di quasi 40 anni e 120 chili si sottopone al supplizio dell’intervista di Elisabetta Caporale. Trattiene le lacrime a stento, mentre prova a spiegare: «Sono troppo emotivo, ormai devo prenderne atto. Nelle occasioni che contano non riesco a far uscire il vero Marco Lingua». Poteva forse dirlo ai tecnici federali prima di partire per il Brasile, ma fa nulla. Vorrei essere lì per abbracciarlo e consolarlo. Ricorda tremendamente Mimmo-Carlo Verdone nella scena madre di Un Sacco Bello (Marisòl), che da sempre mi squarta l’anima più dell’ultimo saluto a Zanna Bianca.

Le storie “fantozziane” sono inevitabili alle Olimpiadi, e non è sempre facile dosare ironia ed empatia. In questi giorni sono diventati “virali” (e che Dio strafulimini chi ha inventato la definizione) i video dei tuffi da zero punti di Nadežda Bažina e Il'ja Zacharov, addirittura campione olimpico uscente dal trampolino 3 metri. Non proprio gli ultimi arrivati, eppure la tensione ha fregato anche loro: la dinamica è esilarante, impossibile negarlo, ma il retrogusto delle altrui disgrazie secondo me un fondo d’amaro se lo porta in ogni caso dietro.

Mi viene in mente un altro russo, il tiratore Sergey Kamenskiy, che butta via una medaglia d’oro ormai certa proprio all’ultimo colpo nella finale della Carabina 50 metri 3 posizioni, a favore del nostro Niccolò Campriani. Altro che glacialità siberiana, soltanto chi non segue gli sport “minori” o non ha mail letto Dostoevskij può continuare a rilanciare questa fesseria. Gli ex sovietici figurano storicamente tra gli atleti più imprevedibili ed altalenanti, soprattutto nelle discipline in cui la “testa” conta almeno quanto la preparazione fisica. Uomini e donne capaci di performance incredibili, e cadute altrettanto fragorose. Freddi calcolatori una bella sega, direbbe il mio amico Franco Pallini: un’emotività visceralmente fatalista che li avvicina alla sensibilità mediterraneo-sudista molto più di quanto pensiamo. O forse è solo una questione di vodka, ma non sarò certo io a scherzarci sopra.

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Venerdì 19 Agosto

Io dico che da qui a Tokyo 2020 cambierà idea. E che non finirà alle 3.35 di stanotte, ora italiana, l’avventura olimpica di Usain Bolt.

La staffetta 4×100 uomini per completare il “triplo triplete” e chiudere da imbattuto lo straordinario ciclo (sì, qui direi che il superlativo si può spendere) inaugurato a Pechino 2008. Con la nona medaglia d’oro, revisioni dell’antidoping permettendo, in tre edizioni dei Giochi: nessuno come lui.

Il fulmine giamaicano ha già annunciato che questo è il suo ultimo appuntamento a cinque cerchi, ma non gli credo. Punto primo: non è che si vedano questi grandi fenomeni della velocità all’orizzonte, fatta eccezione per il sudafricano Wayde Van Niekerk. Neorecordman mondiale del giro di pista, che potrebbe creargli più di un grattacapo se decidesse di provarsi anche sui 200 metri. Punto secondo: le Olimpiadi sono come le mura di Troia, lo spaziotempo per antonomasia dell’epica sportiva. Dove le dinastie iniziano, e dove è giusto che finiscano, quando è il momento.

Chiedere a Saori Yoshida, nome sconosciuto ai più, ma che in Giappone è venerata come Kohei Uchimura e Kosuke Kitajima. In altre parole: mito. La lotta libera – categoria 53-55 Kg – è il suo palazzo imperiale da quasi 15 anni. Un dominio incontrastato che le ha portato 12 titoli mondiali (nove consecutivi) e 3 medaglie d’oro in altrettante Olimpiadi, a partire da Atene 2004. E la quarta sfumata di un soffio nella finale di ieri: non è Paride a scagliare la freccia, ma la statunitense Helen Maroulis. Sinistra coincidenza, ché ogni agosto è il 1945, stessa nazionalità di Marcie Van Dusen, l’unica capace di batterla in una competizione internazionale (mondiale del 2008 in Cina).

Termina l’incontro e lei rimane lì, inginocchiata sul tappeto. Autentica disperazione, che deflagra in un mare di lacrime e non trova alcun argine nel galattico palmarès. Il fatto è che non esiste ieri per i semidei di Olimpia, quelli veri: c’è solo oggi, e oggi ha il sapore della sconfitta, dimenticato fino a diventare alieno. Insopportabile, inaccettabile, irrimediabile. Da qualunque punto la si guardi: uno spettacolo sublime. Sa di verità e legge di natura, ma a cercarlo bene, quello c’è anche nell’hockey su prato.

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Venerdì 19 Agosto – Post Scriptum

Post scriptum: nel giorno in cui tutti devono obbligatoriamente dire la loro sul burkini, la diciottenne Kimia Alizadeh Zenoorin conquista la medaglia di bronzo nel Taekwondo – categoria 57 Kg. La prima al femminile per la Repubblica Islamica d’Iran. Combatte a capo coperto. Che cosa significhi la sua impresa per le donne musulmane ed occidentali, lo leggeremo su qualche migliaio di bacheche. O forse no.

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Sabato 20 Agosto

Perdete pure tempo con faccende minori come il campionato di calcio. Io mi godo la nazionale maschile di pallavolo. Non sarà quella della “generazione di fenomeni”, siamo d’accordo, ma qualche top player (absit iniuria verbis) ce l’ha eccome.

Tipo Ivan Zaytsev. Chi ha visto la semifinale contro gli Stati Uniti sa di cosa parlo: nel momento di massima difficoltà, con un piede e mezzo sull’aereo per Roma, decide di mettersi in proprio e inizia a scagliare tramogge, meteoriti e lavatrici dall’altra parte della rete. Uno, due, tre, quattro, cinque. Trance agonistica e onnipotenza metafisica. Si va al tie break: l’inerzia è azzurra, e non è un caso che la firma finale sia di Simone Buti, fino a quel momento anonimo.

Lo chiamano lo Zar, in alternativa “il martello di Thor” o l’immancabile “Ivan il Terribile”. In ogni caso evocazioni nordiche, e vorrei vedere: con quel nome che fa subito agente sovietico sotto copertura. Entrato talmente nel ruolo, che parla come Boco (ma vedrete che il socio mi correggerà, perché Spoleto is not Etruria). Classe 1988, nato e cresciuto in Umbria, dove nel finale di carriera andò a giocare papà Vjaceslav (anch’egli pallavolista, un oro e due argenti olimpici con l’Urss). Cromosomi discreti, diciamo così: Irina Pozdnyakova – sua madre – è menzionata tra le grandi nuotatrici russe, soprattutto per il record del mondo nei 200 rana che firmò a poco più di 13 anni.

Dal 2007 è cittadino italiano a tutti gli effetti, ma spero vivamente che ieri pomeriggio un po’ di gente si sia astenuta dall’esultare. Per esempio quelli che hanno da sempre le idee chiare sui concetti di frontiere, nazionalità, ius solis, e affini. Perché francamente il meticciato a geometrie variabili fa ridere i polli. Solo nel mondo delle favole il rimescolamento di popoli e razze è una scelta pacifica: nessuno lascia la propria casa se non vi è in qualche modo costretto. Sacrosanto e perfino doveroso denunciare gli interessi, spesso ripugnanti, che generano flussi migratori in ultima analisi coercitivi per chi si muove e subìti da chi “accoglie”. Ma pensare che sia una prerogativa dei nostri tempi, è come credere a babbo Natale e alla befana.

Se passate 18 ore al giorno davanti a uno schermo come il sottoscritto, sicuramente avete letto più e più volte la bufala del discorso anti-immigrati attribuito al premier australiano John Howard. Sì sì, proprio quello del prendere o lasciare: «se volete venire qua dovete imparare la lingua, accettare i principi cristiani e lo stile di vita occidentale», sintetizzando. Bene. Ieri sera i “canguri” ci hanno sorpassato nel medagliere, speriamo solo provvisoriamente, grazie alla vittoria di Chloe Esposito nel Pentathlon Moderno. L’australianissima Chloe Esposito, come si evince immediatamente dai suoi dati anagrafici, e da una storia familiare simile a mille altre. Il Salvini di Sidney avrà twittato celebrazioni di superiorità oceanica, ne sono sicuro, proprio mentre si festeggiava con la bottiglia buona anche a Frattamaggiore.

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Sabato 20 Agosto – Post Scriptum

Post scriptum: tra un secolo e più si parlerà ancora della 50 km di marcia di ieri, un instant classic (absit iniuria verbis, reprise) per la densità epica della sua trama, “favorita” da quasi 4 ore di gare ad oltre 30 gradi di temperatura, su un percorso senza mezzo centimetro di ombra. Il francese Yohann Diniz attacca fin dai primi chilometri e va in fuga, arrivando a guadagnare circa un minuto e mezzo sul gruppetto inseguitori. E’ il detentore del record del mondo sulla distanza, nonché tre volte campione d’Europa: non esattamente un pisquano allo sbaraglio. Bragagna e soci parlano già di corsa per il secondo posto. Ma intorno al 20° km, colpo di scena: la telecamera inquadra Diniz aggrappato alle transenne. E’ evidente che ha un problema (si scoprirà poi, di natura gastro-intestinale), sembra stia per ritirarsi. Invece quando arriva il canadese, secondo in solitaria, gli si affianca e riparte con lui (e tanto di sequenza olimpica della pacca-carezza di incitamento).

Mai vista una cosa del genere. E tantomeno quello che accade dopo: per qualche km tiene il passo in testa, poi si stacca e lo ritroviamo per terra, immobile. Praticamente svenuto. I medici lo soccorrono con abbondanti abluzioni d’acqua. Chiamano la barella, lui si rimette in piedi. Di scatto, come nei film di Bruce Lee. Ricomincia a marciare, e il ritmo non è quello di uno che è appena tornato dal mondo dei morti. Non si sa come, è ancora in zona medaglia: se quelli davanti hanno una crisi, anche parecchio inferiore alla sua, può accadere il miracolo.

Ma è venerdì santo, non Pasqua: la personale via crucis di Diniz non è finita. Terza sosta, terza caduta. Questa volta si ritira, nessuno sulla faccia della terra può pensare una cosa diversa. Nemmeno per idea: riparte ancora, barcollando come un ubriaco, piegandosi come sotto il peso di una croce, trascinando le gambe come disperso nel deserto. E poi ancora, a poche centinaia di metri dal traguardo. Fermatelo, vi prego, sta diventando veramente una questione di vita o di morte, altro che iperboli, e non ne vale proprio la pena. Nessuno ha il coraggio, Diniz lo pesca da una tasca immaginaria per tutti tranne lui. E taglia il traguardo dopo 3 ore, 46 minuti e 43 secondi. In centesima posizione, direte voi. No. Ottavo. Sì, avete letto bene: ottavo.

Ora, le cose sono andate esattamente come le ho raccontate, senza il minimo infiocchettamento. Anzi: ho asciugato, ve lo giuro sui Rousseau in cantina. E adesso facciamo un gioco. Immaginate di essere un giornalista-stagista nella redazione de Il Fatto Quotidiano. E qualcuno vi chiede di fare un pezzo su quanto avete appena visto, da legare allo streaming video dei malori di Diniz. Bene. La cosa più ovvia è titolare “guarda la figura di m… del maratoneta francese” e preparare un testo in cui lo perculate allegramente. Giusto?

Mi chiedo dal profondo del cuore cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo. O forse è solo una geniale trovata, perché così il “mondo del web” parlerà di noi, come per il Resto del Carlino e le cicciottelle. Ma certo, è sicuramente così. Perché è esattamente la stessa cosa: volgare bruttezza come codice di comunicazione. Sintonizziamoci con le viscere di chi sta là fuori, che qua non legge e compra più nessuno. Chissà come mai.

Lo trovo orripilante almeno quanto l’accanimento da branco, perché tutti vogliamo inconsciamente la nostra presa della Bastiglia, e non va bene. Ce ne facciamo poco di un direttore rimosso o un precario silurato, le energie ce le teniamo per le schifezze serie. Quando li esortiamo a cambiare mestiere, infatti, stiamo esercitando la più alta forma di empatia ed amicizia umana. E’ nel loro interesse, per vivere bene bisogna fare quello per cui si è portati. Che non è chiaramente il giornalismo. Dateci retta: tutti meritano di essere felici. Sì, soprattutto voi.

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Domenica 21 Agosto

E giungemmo così, sob, all’ultimo giorno, sigh, di gare olimpiche, piang’. Domani sarà più lunedì del solito, ma non voglio pensarci. Saudade al cubo, inevitabile dopo un’Olimpiade così brasileira, ben al di là della confezione in modalità “oppio dei popoli”.

Ho una proposta per voi, amici Carioca, e mi pare piuttosto equa. Ora che in un colpo solo avete spezzato la maledizione del Maracanazo e “vendicato” l’umiliazione prussiana del 7-1 di due anni fa che tanto fece disperare i bimbi delle favelas (cit. Conchita De Gregorio featuring Ciriello ne “Il più maldestro dei Tiri”). Ora che avete rotto il tabù della medaglia d’oro olimpica nel futbòl, perdipiù ai calci di rigore, proprio mentre tutto sembrava apparecchiato per l’ennesima beffa del fado. Ora che Neymar può finalmente liberare lacrime di gioia, insieme agli 80.000 di Rio e a tutta la gente verdeoro. Ora che tutto è bene quel che finisce bene, insomma, lasciate a noi la chance di sciogliere l’ultimo incantesimo: quella cosa che non nominiamo, e che nemmeno i Velasco’s poterono toccare, come Mosé davanti alla terra promessa. All’ora dell’aperitivo, più o meno, sapremo se la sceneggiatura era a cura di Dario Argento o Frank Russel Capra, nato Francesco Rosario.

Tempo per i primi bilanci, dunque. Da telespettatore “pezzent” senza decoder non posso che ringraziare mamma Rai per lo sforzo produttivo. In particolar modo per la piattaforma streaming a prova di disturbati mentali, come il sottoscritto, che considerano servizio pubblico anche le eliminatorie del tozza bancone. Assai meno lusinghiero è il giudizio “tecnico”: 24 ore di programmazione giornaliera non bastano a coprire, anzi, un livello medio di racconto tra il mediocre e lo scadente, con ripetuti scivolamenti nell’imbarazzante. Meritiamo di più, canone o non canone.

Tra le eccezioni, vale sicuramente la pena di menzionare le telecronache di Stefano Bizzotto, che si conferma uno dei migliori giornalisti sportivi del panorama nazionale per preparazione e rigore stilistico. E poi il veneto Lorenzo Roata, sicuramente più naif nella cifra e nel carattere, ma capace come pochi di vivere e restituire lo stupore quasi fanciullesco dell’olimpismo, in tutte le sue forme.

Meriterebbe un fan club, perché è uno di noi. Un innamorato vero. Uno che si entusiasma per gli sprint di Bolt come per il torneo di freccette trasmesso alle tre di notte. Uno che ti guarda strano se gli chiedi la differenza tra sport “maggiori” e “minori”. Uno dei massimi conoscitori del movimento paraolimpico (a proposito: lunedì si ricomincia), che sa raccontare come merita: la dimensione agonistica e competitiva in primis, le rivalità, le imprese, ma anche le delusioni, le controprestazioni, le sconfitte. Riducendo al minimo gli spazi per la retorica pietista e le storie lacrimevoli: disabili sì, ma in tutto e per tutto atleti, a cui si può e si deve chiedere qualità e risultati. E’ per forza un grande, del resto, chi da anni si batte per onorare la memoria di Germano Mosconi, giornalista gentiluomo e artista suo corregionale, che il “web” vuole ricordare solo per le bestemmie fuorionda.

Lorenzo Roata ci piace perché talvolta si fa prendere la mano fino a deragliare, ma perlomeno ci prova sempre a scansare frasi fatte e cliché. Perché non dice “brutto male”, ma tumore, cancro e leucemia. Perché evidentemente sa, per esperienza personale, quanto inutile e perfino patetico sia il ritornello dei “guerrieri che combattono la sfida più importante, quella della vita”. Anche in questa Olimpiade i media generalisti si sono fiondati come api attorno al miele, ad impacchettare commoventi ritratti di reduci da malattie e affini (per esempio Daniele Lupo, storica medaglia d’argento nel beach volley con Paolo Nicolai). Sempre con le stesse parole, il medesimo tono, l’identica scaletta. Come se tutte le storie fossero uguali. Come se fosse per forza un “miracolo da rotocalco” la ritrovata competitività di chi è passato per momenti a dir poco complicati.

Un marketing emozionale che poco o nulla ha a che fare con la vita vera. Lasciate perdere, dico io, se non avete la voglia o lo stomaco di calarvi sul serio in prima linea. E capire come è fatta la trincea per chi deve mettere nel conto di non arrivare al mese successivo. E ciononostante continua a guardare avanti, a fissare obiettivi, a gettare le basi per raggiungerli. L’impiegato torna in ufficio, la cuoca a guidare la sua brigata, un atleta si allena per vincere. Non ci sono altre strade percorribili: si fa semplicemente quel che si sa fare, e le pacche sulle spalle servono più a chi le dà che a chi le riceve.

Le Olimpiadi sono anche questo: opportunità di ri-alfabetizzazione umana, tensione verso l’essenziale, rifiuto della fuffa un tanto al chilo. Alzi la mano chi pensa davvero che non se ne senta il bisogno.

#olimpiadi2016 #tipicamentefavellas

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