Digressioni Sabatiche #6 | E la Rai scoprì le favelas (ft Mexicanjournalist)

[pasturando con Marco Ciriello, alias Mexicanjournalist]

Lo confesso, per la prima volta ho vacillato. E pensato di chiudere per sempre la mia quasi quarantennale carriera da telespettatore compulsivo.

Merito di mamma Rai e delle perle con cui ha inaugurato la narrazione (pare sia obbligatorio dire così) dei Giochi Olimpici Estivi di Rio de Janeiro, Edizione XXXI: il modo migliore per smettere di seguire lo sport in tv. Parola di uno che all’abbonamento Sky ha rinunciato dall’inizio, comprendendo i rischi di sopravvivenza per il suo matrimonio.

Ma a che serve la pay tv, quando hai a disposizione un dream team come quello schierato nella lunga notte brasileira. Franco Lauro, Ivana Vaccari, Alessandro Antinelli, Franco Bragagna, Eugenio De Paoli, coordinati dal direttore di testata Gabriele Romagnoli. Tutti insieme appassionatamente per spiegarci, nel glorioso spirito pedagogico del servizio pubblico, che:

Il problema di Rio è il traffico.

Lo sport è lezione di vita, lo sport è divertimento per i giovani.

Phelps il cannibale.

In Brasile ci sono le favelas.

L’atmosfera è: magica, lo spettacolo: meraviglioso, l’energia: da preservare, le barriere: da abbattere, il povero: senza voce, la porta dell’evento: storica, l’artista: a tutto tondo, il fiore: contro l’odio.

Crediti foto: media.eventreport.it
Crediti foto: media.eventreport.it

Il Brasile è il paese delle contraddizioni, famoso per l’allegria e il Carnevale.

Bolt corre più veloce del vento.

In Brasile ci sono le favelas.

Brasile giardino del pianeta.

Ricordiamo il Maracanazo, Ghiggia e Schiaffino.

Ma la capacità di andare oltre i traumi.

Però nel Brasile ci sono le favelas.

Tuttavia il Brasile ha risorse naturali immense.

Crediti foto: images.wired_.it
Crediti foto: images.wired_.it

Dopo tre anni a Rio, mi sento un po’ carioca e so già che mi emozionerò, commuoverò, sarò avvolto dalla saudade.

Copacabana, Ipanema, il Cristo Redentore, ma non dimentichiamo le favelas.

Ci abbiamo anche gli Indios dell’Amazzonia.

Poi arriva Colombos, incontro-scontro di civiltà: a volte amichevole, a volte cruento.

Ma che entrino gli schiavi.

Li ritroveremo tutti nelle favelas.

Oggi puoi costruirtene una personale con i portabiti Jargaaagandjunshen dell’Ikea.

C’è del risarcimento in questa porzione di spettacolo.

Garrincha gioia del popolo e angelo triste.

In Brasile i momenti difficili abbondano.

Nelle favelas si mischia il rap con la samba.

Gisele.

Il Brasile è un pais tropical.

Il Brasile ha un presidente pro-tempore.

In Brasile ci sono i transessuali.

C’è un po’ di riscaldamento globale, ma adesso piantiamo i semini e risolviamo tutto.

O voi che ci seguite da casa, cercate di inquinare meno.

Crediti foto: gazzetta.it
Crediti foto: gazzetta.it

Capolavoro, e non sto scherzando. Genialità alla Monty Pithon, se fosse voluto. Ma in ogni caso perfetto, perché il messaggio di fondo di tutta la baracca a cinque cerchi richiede esattamente questo tipo di racconto giornalistico.

Si possono fare belle cose anche con risorse tecnologiche limitate: spending review rispetto alla fantasmagorica inaugurazione di Londra 2012, ma soprattutto spending review nelle vostre vite, amici telesportivi.

E con materiali riciclabili, mi raccomando, perché abbiamo imparato la lezione e questa cosa dell’effetto serra non è vero ma ci credo, buttiamo giù qualche numero e vediamo che può fare la signora Assunta da Varcaturo.

Sì, carissimi, possiamo vivere con poco. Ma cominciate voi, così ci insegnate come si fa.

Intanto ci mettiamo seduti e ci godiamo lo spettacolo, bisogna pur passare il tempo, bisogna pur che il corpo esulti.

Poveri contro poveri, classe media contro poveri e quindi contro sé stessa a breve, ricchi contro nessuno. Tanto ci pensano gli altri a diventare sempre più poveri, e comunque diciamo la verità: i poveri sono divertenti, prima o poi un Favela Park e un Indios Adventure li costruiamo sicuramente.

Eppure proprio quello resta, a prescindere dalle intenzioni: tutta quella gente, da tutti gli angoli del mondo, tutti insieme nello stesso posto. Senza ammazzarsi, se non dentro un campo da gioco. E gli altri dieci miliardi sul divano a pensare: ma tu guarda, chi l’avrebbe mai detto che questa cosa la può fare anche un negro, giallo, mulatto, donna, ricchione, trans, musulmano, buddista, profugo, juventino, eccetera eccetera?

Che entrino le squadre, or dunque, che arda il sacro fuoco olimpico: nonostante la Rai, nonostante le pelose levate di faccia, nonostante il diabolico marketing della speranza, so che i prossimi 15 giorni non saranno comunque i più inutili della mia vita.
 

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