Le mie riserve sulle Riserve

Biondi Santi Riserva 2010

Nelle ultime settimane, complici svariati assaggi in giro per la Toscana, una domandina mi è rimbalzata in testa con insistenza: che diavolo sono le Riserve?

I manuali parlano chiaro. Nei vini a denominazione (DOC e DOCG) si fregiano della menzione “Riserva” quelli che – fra le varie cose – vengono sottoposti a un periodo minimo di affinamento più lungo rispetto a quello definito nel disciplinare di produzione dei vini base.
Il punto però non è questo, o almeno non solo. Dato per scontato che tutti sappiamo cos’è una Riserva, sul piano teorico, dubito invece che la maggioranza degli addetti ai lavori sia scesa nei meandri del suo significato e nel concetto più intimo di questo vino.
Ok, i distinguo sono al solito d’obbligo. Una Riserva di Verdicchio non può essere paragonata con quella di un Barolo, né un Taurasi con un Brunello. Però forse ci capiremo lo stesso e mi perdonerete la facile generalizzazione.
Quando faccio una panoramica complessiva di una certa tipologia di vino, al netto dei percorsi stilistici e dei livelli qualitativi delle diverse cantine, trovo di solito molta più coerenza nella lettura  dei vini annata piuttosto che delle rispettive versioni Riserva. I motivi sono molteplici ma credo che si possano riassumere in pochi concetti chiave:

  • Ansia da prestazione
  • Idea “quantitativa” della qualità del vino
  • Incoerenza stilistica
  • Maldestro tentativo di speculazione

La Riserva è vista spesso come il grande vino aziendale, dunque si palesa continuamente una certa preoccupazione dimostrativa nel realizzarlo. Si ha la sensazione di dover fare qualcosa di importante ma spesso non si sa bene come. Ecco allora che il modo più facile sembra quello di aggiungere qualcosa, poco o tanto che sia: maturità, materia, ovviamente affinamento in legno. Il che evidenzia, di frequente, risultati incoerenti con gli altri vini, affidati a prodotti stilisticamente discutibili, difficilmente più fini ed eleganti. Nelle denominazioni più importanti, a parte pochi casi di eccezionale valore, le Riserve paiono un pigro tentativo di fare cassa, realizzando qualche migliaia di bottiglie a prezzi più elevati, senza avere però un reale upgrade qualitativo.
Una specie di cortocircuito. Mutuato dalla tradizione spagnola della Gran Reserva, questo cappello dovrebbe comprendere vini adatti a lunghi invecchiamenti, dunque con livelli di acidità e durezze superiori, bisognosi di tempi di affinamento in cantina prolungati. Condizioni non certo facili da ottenere, motivo per cui le grandi Riserve erano storicamente prodotte nelle sole annate ritenuti eccezionali.
Roberto Conterno
Scrivo e penso ai vecchi Taurasi Riserva Mastroberardino, ai Torgiano Vigna Monticchio, agli Amarone di Quintarelli e Bertani. Ma anche a certi Valtellina, i Chianti Rufina di Selvapiana, i Montepulciano di Pepe e Valentini, senza dimenticare alcuni gaglioppo di Cirò e negroamaro salentini, uno su tutti il mitico Graticciaia.
Oggi non c’è molto in giro, legato a quella tradizione. La Riserva sembra avere smarrito la direzione. A parte qualche caso virtuoso, pochi vini paiono in linea con il loro significato più intimo.
Certo, abbiamo i Monfortino o i Brunello Riserva Biondi-Santi, tanto che molte di queste suggestioni si sono rivelate mentre assaggiavo la 2010 al Greppo. Un vino di senso compiuto, prodotto a partire dai vigneti più vecchi della tenuta, capace di un reale scatto in avanti nella complessità e nelle potenzialità evolutive, rispetto alla versione “annata”. Un vino con un pensiero di fondo, insomma.
Ma gli altri? Che dobbiamo aspettarci quando stappiamo una Riserva?
In linea con questi pensieri, ecco alcune riflessioni del sottoscritto dopo l’assaggio dei Brunello di Montalcino Riserva 2010

Post Correlati