Musco | Giovanni Dubini e il genius loci di Orvieto

Giovanni Dubini

C’è molto più di un capriccio rievocativo nel nuovo – vecchio vino di Giovanni Dubini*, vignaiolo orvietano dalla fama meritatissima.

Musco non è operazione amarcord né velleità biecamente nostalgica ma un bianco a colori dai mille significati.
Leggo dal sughero, appena tirato via dalla bottiglia: “Nasco per il desiderio di chi, con consapevolezza, sapere e utensili antichi, vuole mantenere vivo il racconto di una storia senza tempo”.
C’è dunque la voglia di fissare il passato, anzi di recuperarlo perché non venga disperso e possa essere, oggi e domani, patrimonio condiviso. Di più, c’è la critica verso un futuro che è arrivato troppo velocemente, di corsa, calpestando il bello con il brutto. C’è anche, almeno così a me è sembrato, la voglia di rimarcare che il vino è figlio di tante componenti, di cui la natura è parte essenziale ma non esclusiva. Che senza consapevolezza e sapere, appunto, fatica a manifestarsi.
Musco è il manifesto di tutto questo, attraverso un percorso che fa un salto indietro di almeno trent’anni.
Dalla vigna, piantata come un tempo in maniera promiscua, sul fronte delle varietà. Il blend è già fisso sul campo: procanico (trebbiano) in prevalenza, verdello e quota di malvasia. Tutte insieme, dall’inizio alla fine, vendemmia compresa. E poi l’utilizzo di un’antica grotta tufacea, probabilmente tomba etrusca, un tempo, e cantina di casa Dubini, più di recente, per la vinificazione e l’affinamento. Ingoiata dagli alberi, guarda dall’alto la vigna, il paesaggio larghissimo, la rupe di Orvieto.
Damigiane
Attrezzature arcaiche in cantina. Un torchio vecchio di ottant’anni e botti di castagno. E poi: fermentazioni naturali, senza inoculo di lieviti, macerazioni sulle bucce per 5-6 giorni, fin quando il cappello sale. Il vino fermenta lentamente fino a primavera e resta in botte un anno, prima di finire in vecchie damigiane per altri 8 mesi. Anche l’imbottigliamento è manuale.
Davanti all’ingresso della grotta, Giovanni racconta il progetto. Sembra un sacerdote coi suoi discepoli. Le parole sono scandite con cura e tutti ascoltano con partecipazione. E’ il prologo sacro che precede l’ingresso nei cunicoli di tufo e l’assaggio del vino.

Musco Il Vino
Al di là del valore simbolico, che quasi mai influenza le mie riflessioni d’assaggio, un bianco meraviglioso. La vendemmia 2013 ha colore oro antico e profumi complessi: uva matura, mandorle, polline, mela al forno, limoni essiccati. Un vino “giallo” in cui la scia balsamica di sottofondo diventa salmastra in bocca; avvolgente e carnosa sulle prime, quasi accogliente, prima di innervarsi su un’acidità dura ma mai scontrosa. La bevibilità è irrefrenabile ma affatto semplice. A bicchiere vuoto è meraviglioso, quasi speziato da un’idea di cumino. Vino autunnale, gastronomico, da cucina terragna, che immagino in case dai camini accesi.

Musco cantina esterna
Arriva una lettura, come in ogni cerimonia che si rispetti.
Nessun luogo è senza un genio, scrive Servio nel suo commento all’Eneide. Ciascun ambiente è l’interazione tra la sua identità e quella di chi, nel tempo, lo ha abitato, arricchendolo di usi, culture e tradizioni. E’ il concetto del genius loci, la conoscenza profonda di ogni territorio è ciò da cui dipende la sua stessa esistenza. Ci sono luoghi in cui l’uomo, grazie a questi speri, è riuscito a stabilire un equilibrio perfetto tra mondo naturale e produzione, tra ecologia ed economia, disegnando meravigliosi paesaggi in armonia. Antiche abilità artigianali e contadine, adeguando le coltivazioni alla conformazione del terreno, hanno creato delle vere e proprie architetture, divenute peculiarità paesaggistiche, modelli agricoli efficienti che tutelano la biodiversità con un impatto minimo sull’ambiente e possono diventare ragione di sviluppo delle comunità locali. Sono questi perfetti esempi di equilibrio tra tradizione e innovazione, ambiente, sviluppo industriale, uomo e natura.
Ciascun luogo ha bisogno di un interprete, un maieuta, un genio che ne scolpisca l’essenza senza ferirlo. Giovanni Dubini lo è per il suo. Orvieto e l’Umbria sono fortunate ad averlo.

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