Ghislaine Barthod, Chambolle-Musigny 2009: quando sessanta euro sono ben spesi

Maledetta Borgogna. Ci lamentiamo da mesi, che nel frattempo sono diventati anni, perché non ce la possiamo più permettere, eppure sempre là (spesso, via) finiamo col cascare.

Per fortuna ho regolarmente a portata di mano il kit di emergenza alibi da cui attingere per rispondere alle accuse non proprio tenere del mio cervello e del mio commercialista. Punto primo, ne compro effettivamente di meno, ahimè, di bottiglie provenienti dalla Côte d’Or e posso dimostrarlo con documenti precisi, vostro onore. Punto secondo: la spending review è stata applicata dall’imputato con rigore teutonico (si fa per dire, eh Rossano e Luca…), prendendo ispirazione dalle emergenti teorie economiche sintetizzate nella formula coniata dal professor Nizzoli “se poche devono essere, almeno pigliale buone, tonto”.
Dai miei errori ho sempre imparato a sbagliare ancor più in grande stile, ma questa è la classica eccezione che conferma la regola. E’ stato uno dei primi avvertimenti ascoltati dalla voce dei Maestri Bevitori: «la Borgogna è una trappola, potete trovarci i vini più buoni del mondo e le più grandi schifezze. E chi si affida al caso per scegliere un domaine o una bottiglia, nove volte su dieci rimane deluso».
E’ esattamente così e con l’altro disperato etrusco lo abbiamo interiorizzato a nostre spese, appunto. Parentesi: non c’è modo di evitarlo, perché in nessun altro luogo del pianeta è così intimo il legame tra la vigna, l’uva e l’essere umano che la trasforma. Scopro l’acqua calda, lo so, ma dal mio punto di vista troppe volte diamo per scontato ed acquisito ciò che non lo è. Ci ripensavo un paio di settimane fa, godendomi la bella tappa dell’Heres With Tour, organizzato in Irpinia, a Paternopoli, presso la tenuta Fonzone Caccese.

Heres With Tour 2015, Tenuta Fonzone Caccese, Paternopoli (AV)
Heres With Tour 2015, Tenuta Fonzone Caccese, Paternopoli (AV)

Ero lì ad assaggiare un po’ di Borgogna, guarda caso, e non ho potuto fare a meno di ascoltare i commenti dei miei vicini di banchetto. Operatori, sommelier, appassionati, bevitori non certo alle prime armi, frequentatori abituali di serate, cantine e rassegne enoiche. Eppure per buona parte di loro, molti più di quanto mi sarei immaginato, era evidente la confusione generata dalla miriade di appéllation proposte dai vari Cathiard, Ponsot, Antoine Jobard, Rossignol-Trapet, D’Eugenie, Bart, Lambrays, insomma il fiore all’occhiello del listino curato da Cesare Turini.
Erano presenti perlopiù con i loro vini d’entrata, village e premier cru in primis, ma diversi compagni di tasting erano convinti di misurarsi con le bottiglie top di quei domaine. E non c’è da meravigliarsi, secondo me, perché è oggettivamente complicato cogliere, affidandosi solo a quanto riportato in etichetta, la differenza tra un Montrachet grand cru e un Puligny o uno Chassagne, tra un Musigny e uno Chambolle, uno Chambertin e uno Gévrey, per non parlare dei fraintendimenti causati dal riferimento regionale Bourgogne.
Vale per chi ha seguito corsi e ha studiato libri, figuriamoci quante inkulature – scusate il francesismo – rischia un neofita affascinato dal mito della Côte d’Or. Il tutto mentre un produttore di Barolo non può scrivere il termine Langhe nemmeno sulla retro, dato che per la normativa europea il consumatore può essere indotto in errore dalla contemporanea indicazione di parole che sono anche distinti marchi Dop, come Barolo e Langhe appunto. Sembra demenziale soltanto a me?
Digressioni a parte, la verità è che senza un metodo informativo la faccenda si fa davvero tosta per noi bevitori precari. Perfino, anzi soprattutto, quando ci si muove in territori molto più che consolidati, dove un basso potere d’acquisto significa giocare interi campionati in inferiorità numerica. Provo a limitare i danni sforbiciando un po’ alla voce novità e sperimentazioni per non togliere spazio a quelli che negli anni si sono rivelati autentici valori sicuri. Nomi che conoscono tutti, non c’è nemmeno bisogno di ricordarli. Facile puntare su quei soliti tre-quattro, obietta qualcuno, nemmeno per idea, rispondo io, se dietro ogni goccia che si materializza nel bicchiere ci sono mesi di sacrifici. Sicuramente si perde una dose consistente dell’enorme piacere che accompagna la sorpresa e la scoperta, ma è altrettanto vero che meritiamo garanzie puntuali quando è il momento di premiarci e coccolarci un po’.
Barthod - Chambolle '09
Nella mia rosa di “certezze borgognone” ci metto senza dubbio i rossi di Ghislaine Barthod, vigneronne tra le più conosciute ed apprezzate a Chambolle-Musigny. Discende dalla famiglia Noellat, è sposata con Louis Boillot (titolare dell’omonimo domaine) e gestisce una proprietà di circa 7 ettari, estremamente parcellizzata, con una decina di climat a comporre la piccola gamma. E’ a dir poco arduo farsi accogliere in cantina, dove non si accettano nuovi clienti da anni e le bottiglie sono prevendute in partenza con striminzite assegnazioni. Il che vuol dire scarsa reperibilità e ricarichi speculativi nei vari passaggi della filiera.
Ma vale la pena avventurarsi ogni tanto in questa caccia al tesoro e l’ultima conferma mi viene dallo Chambolle-Musigny 2009 stappato qualche sera fa. Alla cieca avrei detto probabilmente Barolo o Rodano per quel naso quasi grenachoso, tutto sul gelso, le spezie, le erbe mediterranee, ma soprattutto per il sorso decisamente austero, rigoroso, tannico. Non certo lo stereotipo della Borgogna femmina, insomma, come spesso vengono raccontati gli Chambolle: è molto lontano dall’apice espressivo, ma è già una bevuta pienamente soddisfacente per fittezza fruttata e trama sapida. Sessanta euro non sono pochi, ma per vini così li trovo proprio ben spesi.
Crediti foto di apertura: abvintners.co.uk

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