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Domaine Labet | In culo alla tradizione (dello Jura)

Labet

Chi si ricorda “Viva la Svezia” della Bertè? E’ una canzone che mi ha sempre intrigato, uscita nel 1993 dopo la separazione della cantante da Borg. Irriverente, il brano sbeffeggia i cliché e i formalismi degli ambienti aristocratici e borghesi, sintetizzando il pensiero in un ritornello piuttosto diretto: “in culo alla tradizione”.

Ho associato spesso questa canzone a vari fatti della vita, mia e di altri, in cui esplode la voglia di rottura con il passato, o comunque nei confronti di un modello precostituito che merita di essere contestato. Di quello che, se parlassimo di massimi sistemi, chiameremmo status quo.
Nel vino i casi sono piuttosto rari, almeno quelli dichiarati. La parolina magica tradizione ha un appeal decisamente forte e non conviene (così sembra, almeno) urlare ai quattro venti le proprie idee progressiste e i propositi di cambiamento radicale.
Pensavo alla Bertè quella volta in cui siamo stati a visitare il Domaine Labet, a Rotalier, nella parte meridionale dello Jura.
Probabilmente molti di voi sanno che i vini bianchi di quella regione, o almeno gran parte di essi, vengono prodotti, come da tradizione, sous voile. La tecnica prevede un periodo di invecchiamento in botti scolme, in modo da favorire la formazione di un velo di lieviti che regala sensazioni marcatamente ossidative. Se volete capire meglio di che si tratta, cercate qualcosa di Andre & Mirelle Tissot, di Overnoy, di Puffeney, o magari un Vin June di Macle.
Il caso Labet, in questo senso, è abbastanza singolare. Oggi si trovano vini bianchi non ossidativi in Jura, ma quest’approccio produttivo, certamente innovativo per la zona, fu introdotto proprio da Alain Labet. Così a me risulta. E’ lui il pioniere dello stile ouillé, ovvero dei vini bianchi invecchiati in barrique sempre colme, alla maniera della vicina Borgogna.
I figli di Alain (Julien, Romain e Charline) stanno accelerando su questo ed altri fronti, a cominciare da un approccio viticolo sempre più naturale, suggellato dalla certificazione bio.
Le vigne sono piuttosto vecchie, poggiano sui tipici terreni marnosi della zona e vedono una larghissima prevalenza delle varietà bianche di riferimento: chardonnay e savagnin.
La linea Fleur de Marne racchiude l’essenza della visione di Labet e comprende solo vini ouillés.
Pochi giorni fa ho stappato una bottiglia de La Bardette 2011, presa in cantina nell’ultimo viaggio in Jura. Prodotto da vigne di chardonnay, piantate negli anni Quaranta su suoli di argille blu e calcare, con buona presenza di fossili marini, ha un profilo ricco e sfaccettato, decisamente espressivo. Al naso ricorda la scorza di limone grattata e la buccia d’uva, non senza un tocco di propoli e fiori gialli. In bocca è denso e profondo. Forse ha una leggera esuberanza alcolica ma sa ripartire e chiudere benissimo, su note di agrumi amaricanti che riequilibrano il tutto e incoraggiano un nuovo sorso.

% Commenti (2)

Se ne sta parlando un po’ troppo dello jura ultimamente .. La regione e’ piccola e noi abbiamo sete :))

🙂

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