2002, il ritorno di Salon


Lo so, detta così fa un po’ ridere. Però è esattamente quello che penso: dopo due versioni per me “deludenti” come 1997 e 1999, ci voleva proprio una nuova uscita come la 2002 per ridare linfa al “mito” di Salon.

Deludenti, tra virgolette, rispetto al blasone e al livello – spesso siderale – a cui ci ha abituato la piccola maison di Le Mesnil sur Oger, appartenente al gruppo Laurent-Perrier.
Emblema dello stile più puro e affilato applicato allo chardonnay della Cote de Blanc, quasi un alter ego del Clos du Mesnil di Krug, Salon ha costruito buona parte della sua reputazione su quella che è una vera e propria eccezione produttiva, non soltanto nella zona dello Champagne. La gamma è composta da un’unica etichetta millesimata, proposta soltanto nelle vendemmie ritenute all’altezza di supportare il lungo affinamento sur lie, almeno un decennio di solito.
Una scelta ben precisa, che privilegia dichiaratamente il concetto di “standard minimi di eccellenza” rispetto a quello altrettanto condivisibile della “documentazione millesimale”. A differenza di quel che accade con altri cru, selezioni e sboccature tardive altrettanto prestigiose, a Salon non sembra interessare il racconto di tutte le annate, con le loro peculiarità, i loro pregi ed eventuali limiti: l’obiettivo sembra piuttosto quello di assicurare prestazioni dall’eccezionale in su.

Promesse quasi sempre mantenute, grazie ad un filotto di uscite strepitose, fortemente contingentate in determinati periodi. I Salon commercializzati sono stati appena 38 a partire dal 1921, il che vuol dire più o meno un millesimo prodotto ogni tre. Dopo le celeberrime versioni ’88 e ’90, i fan hanno dovuto attendere addirittura un lustro per quella successiva: ne valse la pena, ripensando a che meraviglia è oggi il ’95, perfino più elettrico di quella specie di mostro che è il ’96.
Dopo una coppia così, i parametri si spostano inevitabilmente verso l’alto, anzi l’altissimo. Ed è proprio questa la chiave per inquadrare la delusione, seppur virgolettata, di cui parlavo: ’97 e ’99 sono indiscutibilmente due grandi Champagne se guardati in orizzontale e paragonati con il meglio della zona, ma per molti versi “minori” – non solo dal mio punto di vista – se pensati “verticalmente”. Anche e soprattutto in ragione del segmento lusso in cui Salon si posiziona: oggi è praticamente impossibile per un privato reperirlo a meno di 300-350 euro, non esattamente un prezzo da stappature compulsive.
Perplessità letteralmente spazzate via dall’ultima versione, una 2002 come detto capace di riconciliare trasversalmente con l’allure di casa. Le prime bottiglie sono state rilasciate nella primavera del 2014, periodo al quale risale il mio primo assaggio, già pienamente convincente. Qualche giorno fa un nuovo test, decisamente più probante, sia per il tempo concesso nel bicchiere, sia per la collocazione: non ci crederete, ma un Salon a tavola (magari con una bufala casertana degna di questo nome) è più buono di un Salon trangugiato frettolosamente ad un banchetto da degustazione.
Giovanissimo ma non per questo respingente o illeggibile, in questa fase è tutto sulle note bianche e verdi: mela, buccia di limone, tanta clorofilla, con un sottofondo marino e gessoso da andare un po’ a cercare, ma di indiscutibile classe. Quello che gli manca per adesso è solo un plus di dolcezza e cremosità: la bocca è tutto scheletro e sferzate citrine, ma la spalla è quella dei grandi millesimi, impressione rafforzata dalla nettezza e dalla lunghezza della chiusura.
Welcome back, Salon.

% Commenti (1)

[…] gioie che regala il 2002, guarda caso annata giudicata “grande” un po’ da tutti. Dopo averlo testato a pochi mesi dall’uscita, confermiamo la grandezza ma soprattutto la crescita in bottiglia di questo Champagne. Ossuto e […]

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