Vuoto a rendere

Capita, c’è poco da fare. Per quanto tu stia attento, almeno una volta nella vita succede che qualcuno a te vicino apra la bottiglia sbagliata, quella che tenevi gelosamente e che proprio non doveva essere stappata.

Tanto lo so che è successo anche a te.
Di storie del genere ne ho sentite un sacco e forse qualcuno ricorderà quella volta in cui mia madre, trovando dei cartoni di vino ancora da sistemare in cantina, pensò bene di sfumare il salmì con Les Monts Damnés di Cotat.
Scemo io, ovviamente, a non prendere tutte le precauzioni del caso per evitare il fattaccio. Che, come sempre capita nella mia vita con gli errori, puntualmente si è ripetuto.
La storia è recente, il contesto da bollino rosso e le conseguenze praticamente inevitabili, col senno del poi. Fatto sta che avevo organizzato una sbimbocciata tra amici con tante, forse troppe bottiglie, pescate qua e là in cantina.
Una selezione niente male, considerando l’orda barbarica in arrivo, capace di scolare qualsiasi cosa dall’alcol etilico denaturato in su, con qualche piccola perla che ha fatto il suo , alcune magnum super, tra le quali un paio di Champagne, il Radice Paltrinieri (che potrebbe tranquillamente essere servito per Champagne rosé, manco minore) e uno stupendo Giulio Ferrari 1999.
Una situazione partita in maniera quasi civile e finita malissimo, nella quale tutti hanno combattuto con onore, anche se alla fine il bilancio è stato pesante e ha fatto registrare diversi caduti sul campo di battaglia.
In questo parapiglia generale, quando la notte era già alta e i vuoti superavano di gran lunga le bottiglie piene, un amico sbiascicante mi si avvicina con un bicchiere in mano, il cui contenuto rubino brillante, giusto con un’inezia di unghia ambrata, mi insospettisce non poco.
Che roba è? – gli faccio con tono curioso-minacciosonon mi pare di aver stappato niente del genere e non ricordo nemmeno di aver messo una cosa simile tra le bottiglie da sacrificare”. Piuttosto intimorito, l’amico mi mette il bicchiere sotto il naso, quel tanto che basta per permettermi di sniffare un valzer di profumi dominati da un tripudio di frutti rossi, folate di leggera confettura e cenni tostati qua e là.
A questo punto sradico il bicchiere dalle mani del malcapitato e ingurgito un bel sorso. Meraviglioso, a dirla tutta, nonostante la temperatura di almeno venticinque gradi: partito acido, si distende e si addensa strada facendo, incrocia una decisa ma equlibratissima dolcezza di ciliegie sotto spirito e chiude secco, austero, su cenni di violetta e tabacco biondo.
Nessun dubbio, quel fenomeno del mio amico aveva stappato la mia unica boccia di Rodenbach Caractére Rouge, edizione super limitata (900 bottiglie in tutto) di una birra che avevo cercato, trovato, affinato con cura. E che stavo aspettando ancora, per godermela pienamente in un’occasione speciale.
L’ho bevuta invece così, praticamente bollente e al momento sbagliato, in una confusa notte di fine primavera.

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