Scroll Top

Piccole annate grandi vini | Pierre Amiot – Clos de la Roche 2004

Dopo una decina d’anni di scarrozzamenti da e verso la Borgogna, possiamo orgogliosamente dire che il quadro della regione si è fatto più nitido e che i vini misteriosi che ivi si producono, i cru e i climat della zona hanno per noi furboni i segreti contati.

A parte qualche trascurabile effetto collaterale (forse avrete notato che il De Cristofaro non cambia i pantaloni da almeno un lustro, mentre il sottoscritto ha ricominciato a mangiare le unghie non potendosi più permettere un pasto decente), oggi possiamo orgogliosamente dire che abbiamo capito quasi tutto di quella terra di mangialumache, arrivando persino ad enunciare teorie innovative e smascherando segreti enogeografici che nessuno poteva immaginare prima di noi. Per dire, siamo ormai quasi certi che, nonostante i depistaggi delle genti del posto, anche nella Côte de Nuits si producano vini bianchi.
Non è sempre stato così, ovviamente, tanto che all’inizio, quando eravamo beatamente persuasi che lo Chambertin fosse un buon formaggio a pasta molle, le fregature prese dalle parti di Beaune hanno superato quelle rifilate in un souk di Marrakech all’ora di punta.
Pazienza, tutto serve, e anche riempire la cantina di improbabili 2004, annus horribilis dei rossi di Borgogna, avrà avuto la sua funzione formativa.
Almeno lo spero perchè, puntualmente, bottiglia dopo bottiglia, quei vini si sono rivelati assai deludenti, evidenziando ammaccature aromatiche assortite e sensazioni immature pronunciate, con note vegetali fuori scala, tannini imprecisi, quasi mai piacevoli.
Detto questo, qualcosa per fortuna si è salvato. Già dall’acquisto in cantina, per dire, eravamo rimasti colpiti dall’elegante equilibrio, solo un filo watering, dei rossi firmati Jean Trapet (allora acquistabili anche da squattrinati come noi), e lo Chambertin bevuto di recente ne è stata una bella conferma.
L’altra sera mi è capitata un’altra mosca bianca,  non del tutto inaspettata ma comunque graditissima. Per farla breve, il Clos de la Roche del Domaine Pierre Amiot era davvero buono. Forse non un fuoriclasse in senso assoluto, ma un vino gustoso e godibile, affatto scontato e di bella complessità, senza nessun accenno a quei tratti problematici che spesso pregiudicano la piacevolezza dei rossi di questo millesimo (tannini verdi e immaturi in primis) ma dolce nella trama fruttata (piuttosto scura), goloso, arricchito da un bel un ventaglio speziato.
Era l’ultima bottiglia rimasta in cantina e seguiva una piccola serie significativa di prove. Dunque, per come la vedo io, non ci sono dubbi sulla riuscita del vino. Dalla felicità ho chiamato subito il De Cristofaro che ha promesso di festeggiare con un paio di pantaloni nuovi.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.