
La mente corre veloce verso Calce. E’ lì, nonostante prima di arrivarci fossimo più o meno consapevoli di quel che ci aspettava, dai libri e dai bicchieri scolati, che abbiamo scoperto davvero l’essenza dei vini del sud della Francia.
Forse anche più che nei giri rodaniani.
Così descrivemmo l’incontro qualche anno fa. Mi pare che quel testo torni buono per fissare qualche carattere saliente della zona e appuntarne le coordinate:
“Sui tavolini all’aperto dell’unico bistrot del villaggio, al tepore di una luce bianchissima che rende il paesaggio ovattato e obbliga all’occhiale scuro, arrivano netti gli odori della cucina, a svelare qualche ingrediente dei piatti di queste parti: non manca il profumo confortante del pomodoro, si insinuano decisi i toni erbacei dell’olio d’oliva, e dai vasi sul davanzale arriva inconfondibile l’inebriante aromaticità del basilico fresco. Che sia una Francia diversa da quella che i seguaci dei grandi vini sono abituati a frequentare, ci sono davvero pochi dubbi.
Benvenuti a Calce, 200 anime e una manciata di case dai colori chiarissimi, appollaiate su un cucuzzolo dei Pirenei Orientali, nella regione del Roussillon. Tutt’intorno uno spaccato naturale incredibile, dai caratteri forti, per certi versi duri, selvaggi, quasi ancestrali nella loro essenzialità. La continuità catalana è netta, Barcellona dista poco più di duecento chilometri, Perpignan è a un tiro di schioppo e la catena delle Corbières è li, che pare di poterla toccare.
Nomen Omen, Calce è un luogo che svela da subito la sua essenza più intima: basta un’occhiata alla terra, ed è fin troppo facile scovare in chi ha battezzato il paese un disarmante difetto di fantasia. Che va di pari passo, però, alla capacità di fotografarne l’essenza in maniera chirurgica. Inerpicandosi per l’unica strada possibile, la D 18, è tutto un susseguirsi di curve e controcurve, a svelare paesaggi profondi e mutevoli, a tratti rigogliosi, poi quasi lunari e brulli, fino a scorge da una parte le montagne e dall’altra il mare. Le viti ne fanno parte senza accenni di grandeur, perfettamente mimetizzate, quasi ingoiate dal contesto naturale, al pari degli arbusti selvatici, degli olivi e delle rocce.
Un elemento della natura come gli altri, piante tra le altre piante, apparentemente spuntate a casaccio, qua e la, più per i capricci del terreno, che disegna pieghe profonde e confuse, che per una precisa volontà umana. Niente filari ordinati, nessuna vigna giardino, solo tanti alberelli sparpagliati (il tipico allevamento goblè della zona) dai tronchi robusti e legnosi, segnati dal tempo e dalla tramontana che spazza imperiosa due giorni su tre (così dicono i vecchi del posto), riparati nelle gole di piccoli canyon o tra i faticosi muretti a secco…”.

E’ passato un po’ di tempo da quell’incontro e possiamo dire che le previsioni non erano sbagliate. Su Calce, ma soprattutto su una regione, quella del Languedoc – Roussillon, che da serbatoio del vino Francese (cosa che è e sarà, ben intesi) si sta trasformando in un incredibile laboratorio a cielo aperto per una certa tipologia di vino, con decine e decine di viegnron originali, direi alternativi, che qui sperimentano le loro idee. Una sorta Isola di Wight in salsa bacchica, se mi passate il concetto.
Forse la produzione quantitativamente rilevante ma spesso indifferenziata e l’assenza di denominazioni di pregio consente una certa libertà a una schiera di giovani produttori che si stanno facendo strada. Forse l’assenza di tradizioni consolidate o di schemi troppo angusti e predefiniti ha permesso di liberare la fantasia più che altrove. Fatto sta che non passa giorno in cui non scopra un nuovo interprete di quei terroir, spesso capace di stupire per originalità e gusto.

Tra gli ultimi arrivi in cantina, grazie all’imbeccata di una ristoratrice orami coltissima in materia e prodiga di buoni consigli***, i vini di Anthony Tortul e della sua cantina: La Sorga, messa in piedi dopo qualche anno da girovago per i vigneti francesi del sud.
Anthony è soprattutto un négociant sensibile e un po’ matto che seleziona vigne vecchie (da 40 a 110 anni) e varietà classiche (carignan, cinsault, aramon, grenache, mauzac, muscat) da varie zone della regione (più di 40 siti diversi!), sempre allevate in regime biologico o biodinamico, spesso isolate, così da evitare possibili contaminazioni.
Ogni anno questo curioso personaggio realizza i suoi vini in piccolissime quantità: anche più di 30 etichette diverse per una produzione massima che supera di poco le 30 mila bottiglie.
Le pratiche di cantina sono ovviamente poco interventiste e si basano su alcuni precisi punti cardine: fermentazione alcolica con soli lieviti indigeni in vecchi fusti di rovere, affinamento sulle fecce fini in barrique, niente chiarifiche né filtrazioni, bassissime quantità di solfiti aggiunti. I rossi sono spesso vinificati in contenitori aperti di piccole dimensioni, partendo da uve non diraspate.
Qualche cuvée è realizzata con il principio della macerazione carbonica che, insieme alle basse temperature delle fermentazioni, esalta le note fruttate e vinose.
Tra I vini di Anthony che più mi sono piaciuti c’è En Rouge et Noir, 100% grenache da terreni scistosi di straordinaria intensità, dolcezza aromatica e gusto.
Ha profumi ricchi di note floreali di rosa, fragoline di bosco, lamponi e ciliegie mature, con bellissime folate di pepe e spezie assortite. Vino piacevolissimo, per certi versi immediato ma capace di cambi di passo continui che lo rendono a suo modo imprevedibile, mai banale o noioso.
*** trattasi di Franca Brilli del Brilli Bistrot, imperdibile ristorante non lotanno da Assisi

