La Belle Èpoque dello Champagne

L’approfondimento personale sullo Champagne, coinciso con lo sviluppo di una miriade di piccoli produttori, non può fare a meno delle grandi maison che hanno creato il mito della regione e del suo vino simbolo.

Se i vignerons champenois rappresentano una bella cartina al tornasole dei terroir di riferimento e dei millesimi, regalando al movimento nuove opportunità a prezzi accessibili, sono i grandi marchi ad aver inventato lo stile, o gli stili, delle più apprezzate bollicine del mondo.
Un lavoro di selezione, assemblaggio e “confezione” che mette gli chef de cave più vicino ai nasi del’industria dei profumi che ad enologi e vignerons. Nel bene e nel male.
Piccolo prologo, banale e scontato quanto si vuole, per introdurre il mio primo incontro con la  Belle Èpoque di Perrier-Jouët, bottiglia fino a ieri mai incrociata. Ne sono sicuro perché non si può dimenticare, ricamata com’è dai celebri anemoni Art Nouveau di Emile Gallé (1902), e riempita da uno stile marcato, difficile da confondere.
L’ottima annata 2002 regala intensità ed equilibrio, ricchezza e bella acidità. Anche se generalmente mi fiondo su Champagne diversi, per certi versi opposti a questo, non posso negare di averlo bevuto con grande piacere e spensieratezza.
E’ vero che il naso è ricco, maturo, con sensazioni ossidative e una liqueur che si sente. E’ vero che la bocca, setosa nella trama carbonica, mai pungente, è piuttosto opulenta. Eppure tutto appare armonioso, bilanciato, avvolgente, in perfetto equilibrio, con una spina acida capace di sostenere e allungare le sensazioni “dolci”.
Uno Champagne importante, forse non facile da abbinare, che viene voglia di bere in una vecchia coppa.  Gioioso e ottimista come il nome che porta e il vestito gli impongono.

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