Il piccione di Kobe


Lassù, dove volano le aquile, c’è un piccione che guarda i suoi simili dall’alto e sfoggia piume e curve degne di una pin up alla sfilata annuale delle bellezze di Steenvoorde.

Se sei nato in Umbria, Marche, Toscana o Veneto e del pennuto in questione pensi di sapere tutto e di non avere niente da imparare, beh, ti sbagli.
Perché il piccione di Kobe ha una storia ben più lunga e profonda da raccontare, e ti trasporta in un livello altro di piacevolezza gustativa. Nasce poco al di là della frontiera belga, in Francia, nel villaggio di Steenvoorde, appunto.

Cresciuto per 4 settimane con pappette ed omogenizzati di qualità viene sacrificato con rispetto (appena comincia a volare, come ricorda il maitre pigeonnier Alex Dequidt, in modo che non perda peso) e frollato ancora per 2 settimane senza essere eviscerato. Successivamente viene riempito di fieno per altri 14 giorni. Trascorse queste ultime 2 settimane subisce una breve affumicatura a freddo con tecniche naturali, processo che oltre ad assolvere una funzione antibatterica gli conferisce un gusto talmente complesso che non sai se stai fumando un Cohiba Siglo VI o mangiando un Wagyu.

La scenografica presentazione valorizza un’esperienza unica, indimenticabile, che, per quel che ne so, è possibile solo a Dranouter da Kobe Desramaults al ristorante In De Wulf.

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