Castello di Potentino | Un Sangiovese ai piedi dell'Amiata

Se guardo ai fenomeni di promozione degli ultimi dieci anni, escludendo le rivoluzioni della rete e i social, metto gli eventi ai primissimi posti tra i modi scelti dalle aziende per farsi conoscere o pubblicizzare qualcosa.

Piccoli, grandi, medi. Ben fatti, originali, banali, improvvisati: nessuno, ma proprio nessuno, vuole rinunciare al proprio evento.
Ora, va detto, senza offesa, trovare un appuntamento per cui vale davvero la pena mettersi in viaggio è raro. Il più delle volte gli inviti sono improbabili (“…ti aspettiamo domani a Canicattì, per l’incredibile verticale di 3 annate del nostro Chardonnay vendemmi tardiva, in abbinamento a pane e cipolle…”) e chi li organizza non è in grado o non vuole capire a chi può e a chi non deve rivolgersi. In sintesi, organizzare questi appuntamenti è un lavoro e non tutti hanno la creatività o la competenza per farlo.
E poi il taglio, lo stile, la definizione di un’idea forte e la sua messa in atto sono aspetti fondamentali. Oggi più che mai rincorrere non paga, né tantomeno mettere tutto e tutti in un grande calderone (a meno che non si tratti di un consorzio o una qualche manifestazione collettiva).  La selezione a monte è importante, anche se bisogna saperla fare e poterselo permettere.
Tra gli eventi azzeccati del variegato mondo del vino (ce ne sono un po’, a dire il vero), Sangiovese Purosangue* mi pare da segnalare. C’è idea, selezione, organizzazione, programma, qualità diffusa e un bel po’ di altre virtù. Lo cito perché si è svolto qualche giorno fa, le considerazioni sono a caldo e le vibrazioni arrivate dai bicchieri numerose.
Molti assaggi ricchi di contenuto e una cantina da visitare al più presto, colpevolmente trascurata dal sottoscritto fino ad oggi.
Sto parlando di Castello di Potentino*, secondo progetto nel vino della famiglia Greene che, venduto Montepò a Jacopo Biondi Santi, decide di investire alle pendici nord del monte Amiata. Qui si trovano, tra terreni vulcanici e generose escursioni termiche, i 4 ettari di vigna di proprietà.
Il Sacromonte, sangiovese della casa, è stato una vera rivelazione. Il frutto, dolce e appagante nell’ingresso in bocca, si fa via via più scarno, direi quasi essenziale, ossuto, incisivo quanto sapido e denso di aromi: radici, spezie indiane, sottobosco, sensazioni ematiche e ferrose. Un vino assai originale, non c’è dubbio, che gioca, allude e a tratti pinonereggia. Una via per forza diversa al Sangiovese. Un’espressione che ci sta proprio bene nell’universo di quest’uva umorale, volubile, difficile e maledettamente affascinante.

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