La Malvasia di Bosa Columbu, finalmente

Nel dicotomico Mondovino*, film – documentario di Jonathan Nossiter datato 2004, non è difficile separare cowboy e indiani, buoni e cattivi, personaggi che ti viene voglia di abbracciare e altri con cui non prenderesti neppure un caffè.

Un film rivoluzionario, come molti hanno giustamente sottolineato, che ha avuto il merito di sollevare tante questioni. Usando il chiavistello di Bacco, regalando una gustosa sineddoche delle dinamiche legate alla globalizzazione e anticipando un sacco di temi che sono poi divampati, diventando di pubblico dominio.
Non nego di aver conosciuto in quel film la faccia, le idee, il lavoro e i percorsi di Battista Columbu, protagonista assoluto della Malvasia di Bosa e della scena socio – politica di quella splendida zona della Sardegna. Uno capace di utilizzare il suo lavoro di educatore in un clamoroso progetto di alfabetizzazione degli operai agricoli, ricavandone un percorso incredibile che ha portato alla codificazione della Malvasia, dalla sua storia più intima ai metodi produttivi.
Oggi Battista non c’è più, ma finalmente sono stato da quelle parti, ho toccato quella realtà, ho conosciuto meglio le ragioni di un vino assurdo (nel senso più esaltante del termine) per numeri e tipologia, chiacchierando con i protagonisti di oggi, coloro che portano avanti in maniera integrale quelle idee.
Grazie a Gianmichele e Vanna Columbu. Non sono molti gli incontri della vita che ti regalano tante energie e vibrazioni positive. Quelli in cui senti una convinzione radicale e sincera, mai accompagnata da presunzione o posizioni saccenti. Anzi, in cui respiri un benefico anelito di dubbio. Oltre che una straordinaria capacità di ascolto e una sana, gioiosa curiosità verso la vita.
Metto da parte un’altra esperienza fondamentale nella tappa di crescita in questo mondo. Un’esperienza che voglio ricordare con i profumi e i sapori della Malvasia di Bosa 2005 dei Columbu. Un vino che non doveva uscire, ci racconta Vanna, destinato alla distillazione, ma che improvvisamente è sbocciato. Si porta addosso l’affinamento in botti di castagno, forse più di altre versioni e chissà perché. Un tripudio di note affumicate, di legni orientali che si amalgamano alla grande a quelle di scorza d’arancia candita, di nocciola, di macchia mediterranea, di bacche e di radici. E che regala una bocca di fantastica secchezza, giusto abbraccio alcolico e trascinante, infinita chiusura speziata.
Un vino che sa di tante, troppe cose per essere raccontato in maniera esaustiva. Che è capace di smuovere sensazioni, sentimenti, emozioni del tutto personali. Diverse, credo, a seconda dello stato d’animo, delle esperienze, dei pensieri di chi l’assaggia.
E non dovrebbero essere forse questo, il vino?

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