Lenticchie sulla Quinta Strada


Simone de Beauvoir avvertiva nell’aria di New York qualcosa che disturbava il suo sonno, come un cuore che pulsasse con un ritmo più veloce, a conferma che quella città non è fatta per dormire.

L’energico sindaco Bloomberg ha pronunciato la frase profetica «I love Umbria month», un mese di eventi per celebrare il cuore verde d’Italia. Niente male come assist. Ma cosa hanno a che fare le lenticchie con gli spettacoli della Broadway, con le insegne luminose, con i taxi gialli, con le passeggiate al parco, con i cubi e i parallelepipedi innalzati verso il cielo?
I nostri primi ambasciatori furono gli emigrati di Brooklyn, poi toccò ai Cipriani, ai Maccioni, a Sandro Fioriti (che è di Gualdo Tadino), ai Bastianich, anche se più di tutti poté quel moltiplicatore di pani e di pesci che è Tony May, per i napoletani Don Antonio Maiuolo. Poi è arrivato Oscar Farinetti, compagno di spuntini di Carlin Petrini, che ha importato in America il “buono, pulito e giusto”, benché di locali italiani, gestiti da coreani che servono spaghetti in Chinese Tomato Sauce, ce ne siano a migliaia. Parliamo dei pomodori che arrivano dalla Cina, raccolti dai dissidenti premurosamente ospitati nei campi di rieducazione, come svelato da Coldiretti in occasione della presentazione del primo rapporto elaborato dalla Laogai Research Foundation di Washington; come dire, vi serviamo l’amatriciana, dai lager alle vostre tavole.

All’Umbria, piccola piccola, non rimane che giocare la carta dell’autenticità e della certificazione. Solo così potremmo diventare competitivi nei ristoranti della Lexinton, nei negozi del Village, sulle tavole di Harlem e nei supermarket Queens. E invece noi proviamo a conquistarla, l’America, con un piatto di lenticchie, le stesse con cui i cerretani espugnarono Roma qualche secolo fa.
Eataly, sulla 5th Avenue, spaccia crostini di lenticchie, strangozzi al tartufo dannatamente estivo, torta umbra sottovuoto condita con l’olio delle verdi colline di Assisi e Spoleto, si spera. Anche le colline di New York sono densamente abitate. Si chiamano sliver, per non parlare delle montagne, alte e popolate come grattacieli, ma ai loro piedi non vi si rinvengono tartufi.
E allora giù con la zuppa d’orzo e lenticchie, con la roveia che a Colfiorito nessuno mangia, con l’olio e i vini provenienti da ingolfate cantine.
Basterà qualche pittoresco grembiule omaggio per promuovere la regione? New York è un gran bel posto, una magnifica confusionaria, multietnica vetrina per tutte le necessità, non fosse altro perché appena ci posi il piede ti guarisce dagli eccessi di provincialismo. Dopo Sandy è scesa la neve e poi di nuovo il sole.
La città è ancora ferita e le presenze agli eventi organizzati non sono esaltanti. Per fortuna le foglie del parco sono ingiallite di nuovo e il vento le porta fino all’Hudson, la cui acqua, con l’approssimarsi dell’inverno, è così verde ma così verde, che somiglia all’olio appena franto. «I love Umbria month». Eppure la folla che di giorno anima la Battery sconquassata dalle bizze dell’uragano, sembra non accorgersi della zuppa di legumi che viene da un paese chiamato Castelluccio.
La sua skyline si mostra come al cinema: un fortino verticale dalle fragili guglie (che sono fragili lo si è visto) così come appaiono ai battelli che ritornano dal Mid West e dalla Statua della Libertà. Quante pinte di Sagrantino ci sono volute per risvegliare in quella gente il sospetto che esistiamo? Perché in fondo la mission (una volta si chiamava lo “scopo”) è quella di dare forza alla nostra proposta, condizionare i mercati del food di qualità, stimolare il turismo, promuovere l’immagine e non quella di spacciare qualche milione di ettolitri di prodotto, olio o vino che sia, di vaga provenienza.
Se è vero che parlare di spending revue all’ombra dell’Empire State Building fa una certa impressione è altrettanto vero che risparmiare sulla promozione dell’immagine, per una regione come la nostra, è come fare il notissimo dispetto alla moglie. Che poi l’immagine debba riflettere la sostanza è un altro paio di maniche, of course.
Ma considerata l’occasione – più unica che rara – si trattava di persuadere il consumatore d’oltreoceano che quello che manca alla sua felicità l’Umbria è in grado di darglielo: cultura, arte e paesaggio, in assenza dei quali le lenticchie servono a poco.

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